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Muso giallo

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Muso giallo spunta dalla curva in fondo la strada. Solcando la foschia mattutina si avvicina a me, sbuffando. Muso giallo apre il suo ventre e mi lascia entrare, docile e mansueto. Tiene in sé tutta l’umanità, me compreso. L’odore almeno è quello di tutta l’umanità. L’acre tanfo di terra di un gruppetto di zingari rinchiusi nella loro lingua incomprensibile, nella loro sicurezza, nel timore altrui. Gli occhi di ghiaccio di badanti moldave e ucraine scrutano assorte dal finestrino pregando che la pioggia incessante si trasformi in neve, per ritrovare un po’ casa.

A metà dell’intestino di muso giallo si spande il dolciastro odore dell’alito di due muratori polacchi che hanno tirato tardi, alcol non digerito, fegato scoppiato, pessimo dopobarba. Muso giallo è la casa mobile di tutti, è la cassa armonica dei suoni di tutte le parole del mondo. Quasi taglienti sibilano le indomite lingue di due mamasitas dal castigliano andino, occhi scuri, capelli corvini, rossetto troppo rosso raccontano di case incasinate e mariti assenti.

Muso giallo contiene tutti i pensieri del mondo. Nessuno è lì quando viaggia sulle ruote del mostro, nel tragitto dalla periferia al centro. Rashid, lo spacciatore marocchino, perennemente nei suoi jeans D&G, sembra volermi sfidare con lo sguardo a chi ce l’ha più lungo. Stamattina vince lui. Ognuno vorrebbe essere altrove, me compreso. Trappola per pensieri, rete per sogni, uomini e donne scendono al capolinea, i pensieri no.

Alla fine le facce, i corpi, gli odori, i suoni svaniscono. I pensieri restano e non hanno pagato neanche il biglietto. Per questo non fanno più autobus con i finestrini, per non rischiare che i pensieri della gente vadano persi.

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