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Roma, ottobre 1943 / Anna

Molini_Biondi_Ostiense

E’ pomeriggio tardi, un pomeriggio di inizio ottobre, tira ancora un ponentino fresco, un ponentino che puzza di calcinacci e morte, di bruciato e fame. San Lorenzo puzza. Sarà lo stomaco vuoto, vuoto di due patate, sarà che tutta Roma puzza. Esco a cercar di raccattare una cena, magari un po’ di misticanza, un pugno di facioli, un tozzo di pane, da dividere in quattro. Al mercato nero si trova poco, i fruttaroli dei castelli piangono miseria. Una cipolla, un peperone rinsecchito, una mela. Poca roba. Per il pane tocca pedalare fino a Testaccio, scansando le ronde dei crucchi, per i molini Biodi, gli unici in tutta la città a panificare sotto le bombe. E’ lì che ho incontrato per la prima volta Anna. Bella, bruna, due polpacci torniti come un ciclista, le caviglie fini come un baio arabo a Capannelle, un seno bianco e lento che cade sotto il vestito a fiori, i capelli corvini legati in una coda raccolta alta sulla testa. Anna vive sulle sponde del Tevere, a due passi dall’Isola Tiberina, al ghetto.

C’è la fila per il pane ai molini Biondi, una fila che puzza di aliti pesanti, aliti affamati. Io faccio il vago e mi piazzo accanto ad Anna, in fila. Anna non puzza, ha il respiro leggero, la veste che sa di fiume, il busto ritto. Anna ha vent’anni, ma quei vent’anni tristi che sembrano di più. Io, ad Anna, l’ho amata dal primo istante che l’ho vista, di quell’amore che ti toglie la fame e ti toglie il respiro. Quella sera, quella sera di inizio ottobre, sono tornato a casa, sazio, senza pane e senza respiro, senza nulla, tra le bestemmie dei mie fratelli che non avevano visto Anna e avevano fame. Venite a vedere Anna, dicevo. Io ci andavo tutti i giorni, tutti i pomeriggi tardi di quell’ottobre romano del quarantatre, con la fame, con le macerie, con i tedeschi, con i baschi neri, con la bici, a vedere Anna. A saziarmi d’Anna, Anna sui tacchi neri, sulle scarpe rovinate, Anna in fila per una spolverata di farina, Anna dall’odor di fiume, Anna dall’odor di Anna, Anna che toglie la fame.

Oggi il ponentino è in ferie. Si sta comunque, nel tiepido autunno romano, con i vestiti lisi, sempre più magri, sempre più affamati. Ai molini Biondi la solita fila, un po’ meno. Un po’ meno Anna. Dicono di strani movimenti nella notte, di camionette grigio crucco, sparse per i quartieri, dicono che cercano i giudei, a mitra spianato, tutti i giudei, dicono che è un casino, dicono che casa per casa, nella notte, li hanno portati tutti via. Non si sa dove, ma li hanno portati tutti via, i giudei del ghetto, i giudei di tutta Roma. Torno al Testaccio, tutti i giorni, tutti i pomeriggi di quell’autunno del quarantatre, a cercare il mio cibo, a cercare Anna dall’odor di fiume. Li hanno portati tutti via, dicono, anche quella ragazza dal seno bello, dai capelli corvini, Anna si chiamava, mi dicono. Torno lì, ancora e ancora, al Testaccio, ottobre è finito, il ponentino è andato. Pure Anna è andata. Pure il mio amore è andato, il mio cibo dall’odor di fiume è andato, da Tiburtina con un treno, dicono. Torno tutti i sabati ai molini Biondi. Oggi c’è un residence, nessuno più in fila, nessun odor di fiume, nessun odor di fame, solo puzza di smog.  Oggi, come da sessant’anni, cerco Anna, Anna la giudea, che è partita con un treno, un treno grigio dicono, e non è più tornata.

Io non mangio da quell’ottobre del quarantatre.

Io non mangio da quando hanno portato via Anna.

(Perdonatemi ma volevo scriverlo per il Giorno della Memoria, ma ci vuole tempo, per la memoria)

(foto originale di fotoincerte)

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