Poema epico per culo
Ti penso a tratti. Ti penso come linee che non si uniscono, ti penso fatta di segmenti discontinui, disegnata leggera, sfumata ad acquerello, rosso ed ocra, come un fumetto di Gipi ti penso. Ti penso come una storia dai dialoghi surreali. La mia vita disegnata male. Ho in mente le tue costole, le tue costole bene in evidenza, il tuo seno piccolo, quando eravamo al mare. Quel culo che dondola e dondola fino alla spiaggia ho in mente, quel culo che poi si perde tra le onde, quel culo che sparisce tra le onde del mare. Io invidio le onde del mare, nel frattempo che ti asciughi. Poi, ti avvicini, resti un attimo, poi vai via, troppo presto, e io non so che dirti. Sorseggio una birra, e non so che dirti, mentre mi riempio della tua prossimità. Io no so che dirti ma nel frattempo mi riempio.
Ti trovo sempre meglio. Stai bene al mondo, stai bene al mondo come una canzone di Dente. Ci incontriamo, ci abbracciamo e bacetti. Io ti cerco, cerco quel vestitino scuro che ti scende sui fianchi come l’acqua dalla montagna. Indossi stivali ora, al posto dei sandali, con i tacchi, che ti fanno il culo alto, alto come quella montagna da cui scende a valle il ruscello e tu sali, sali sui talloni, per essere più alta, e il culo, quel culo che prima era bagnato dall’Adriatico ora svetta, si stringe, fluttua per la stanza, si poggia alle pareti, sfiora gli spigoli dei tavoli. Disdegni le sedie tu, troppo banali e io intanto invidio, invidio ogni superficie che tocchi e invidio il mare. E no so che dirti, comunque.
Al solito vai via, vai via troppo presto, ed io ti ho raccontato solo cazzate, come a tutte. Ti ho raccontato le stesse cazzate che racconto a tutte. Quelle parole vuote ti ho raccontato, quando a quel culo, a quel culo che dondola e dondola, a quel culo bagnato a est dall’Adriatico, a quel culo lì in alto, a quel culo sulle sorgenti del Gange io, pur di trattenerlo, pur di tenerlo tutta la notte, a quel culo lì, il Ramayana racconterei. A te però, a te proprio, non so che dire.

































febbraio 18, 2010 ore 13:02
“Al solito vai via, vai via troppo presto, ed io ti ho raccontato solo cazzate, come a tutte. Ti ho raccontato le stesse cazzate che racconto a tutte.” Bello questo, pezzo intravedo del romanticismo. Mi piace.
febbraio 18, 2010 ore 13:04
Hai provato con Stendhal?
febbraio 18, 2010 ore 22:20
Laura vede del romanticismo.
Io vedo solo un uomo che ama i bei culi e scrive benissimo.
febbraio 19, 2010 ore 10:42
Perché, un uomo che ama i bei culi non è l’apoteosi del romanticismo?
(Grazie @lindalov)
febbraio 25, 2010 ore 19:34
uh, si gioca a “quale è il tuo pezzo preferito?”.
Il mio è questo “e non so che dirti, mentre mi riempio della tua prossimità.” ma sottoscrivo lindalov
febbraio 25, 2010 ore 19:37
Poi, un giorno, faccio un super-post con i pezzi preferiti dei miei post. Vediamo che ne esce fuori
febbraio 26, 2010 ore 04:04
Secondo me a questo culo dovresti dire la verità, non le solite cazzate che racconti a tutte. Ed è scritto molto bene, rende pienamente l’idea di un culo perfetto.
maggio 3, 2010 ore 06:17
senta sir khenzo, lei scrive bene tutto quel che scrive, ho letto tutto da capo a piedi e beh si, ripeto, scrive proprio bene tutto quello che scrive ma quando pensa che un uomo che ama i bei culi e´l’apoteosi del romanticismo diventa il decimo poeta lirico, ma di sicuro questo divenire non le e´nuovo, certo diversamente non amerebbe i bei culi o almeno non saprebbe il perche´..
maggio 3, 2010 ore 10:07
Grazie Patricia. Forse un giorno tutto mi sarà più chiaro, anche il significato arcano delle ultime tre righe del suo commento