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Il lavoro delle farfalle

farfalle

Un uomo, canuto, dai capelli radi e dall’età avanzata, maestoso e corpulento gli si parò di fianco, ad un metro di distanza. Antonio, circondato dalla folla del concerto, si accorse subito dell’imponente presenza. Il vecchio guardò il ragazzo di sbieco, dall’alto del suo petto che svettava poco sopra la spalla di Antonio. Si rivolse a lui chiamandolo per nome. Ad Antonio non parve di conoscere o di aver mai visto prima quell’essere. L’anziano uomo, senza aspettare una risposta o un cenno, rivolgendosi al ragazzo disse: ”Io ti leggo. Io ti leggo nel pensiero”.

Il vecchio aveva un accento del nord Europa, forse dei paesi scandinavi, forse della Terra di Mezzo. Antonio, più che dalle parole di questo assurdo personaggio, rimase colpito ed affascinato dal suo accento. Il vecchio, con un cenno della testa, invitò Antonio a seguirlo lontano dalla folla, verso la destra del palco, lì dove si apriva un viale alberato e si dispiegava una campagna incolta, d’erba alta, bagnata dalla rugiada. Antonio non pensò a nulla. Gli sembrò assolutamente naturale seguirlo. Ad Antonio sembrò come se quell’invito fosse un’ineluttabile conseguenza di quell’incontro inaspettato. Lo seguì per il viale, a tre o quattro passi di distanza, ogni tanto osservando capannelli di giovani che si erano appartati per fumare o scambiarsi parole e baci e carezze in un’artificiale intimità. I due non si parlarono né il vecchio si guardò indietro per controllare che il ragazzo lo seguisse davvero. Il viale finì in uno spiazzo. La campagna e pure il cielo si stavano schiarendo alle prime luci dell’alba. Il sole stava sorgendo ancora, a est, dietro la collina. Antonio era tranquillo, stranamente. Una lieve brezza proveniente da occidente ne colse il volto. Antonio si girò per farsi accarezzare in pieno la fronte. Dinnanzi ai suoi occhi stanchi per la nottata insonne si parò uno spettacolo mai visto prima. Una nuvola compatta e scura di migliaia di farfalle gli veniva incontro fluttuando allo spirare del vento. In lontananza, nonostante l’ora, sommesse, le note ossessive e spinte della techno sembravano dirigere quella danza nervosa. Antonio non parve spaventato da quello spettacolo che per lui, ragazzo di città, doveva parergli quanto meno esagerato. Il vecchio era lì, a pochi metri di distanza. Il nugolo alato, sino allora incurante degli spettatori, interruppe bruscamente il suo incedere tratteggiato e come un felino abbagliato dai fari alti di un’auto sulla statale si bloccò poco sopra la testa di Antonio. Il ragazzo rimase immobile. Sentiva che quell’animale fatto di migliaia di ali e occhi e antenne non voleva fargli del male. Quasi istintivamente, mentre era ancora lì, piantato come un chiodo nella croce, con le spalle leggermente curve, aprì le braccia alla moltitudine. Si sentiva sereno, di una serenità che non aveva mai provato prima. Il sole, che intanto si era fatto largo oltre la collina e gli alberi, illuminava quella porzione di spazio. Con uno scatto repentino l’animale multiforme avvolse Antonio che si sentì sollevare da terra. Egli si concesse mollemente a quell’abbraccio leggero, rilassando i muscoli delle gambe e della schiena. Aveva la testa vuota. Non pensava a nulla. Antonio si fidava di quella forza gentile, come se fosse stato avvolto in una coperta bianca e morbida nel grembo della madre. Si lasciò andare completamente. Con gli occhi chiusi e le membra molli e la testa che gli sembrava venisse succhiata via provò, quella mattina, il più lungo e intenso e sublime orgasmo della sua vita.

Quando Antonio si riebbe da quella inattesa esperienza, il vecchio era ancora lì, dove l’aveva lasciato pochi istanti o ore prima. Ancora non sapeva, ancora non aveva ben realizzato. Il vecchio signore si avvicinò al ragazzo, posò delicatamente la possente mano sulla sua spalla e disse, nel suo affascinante accento nordico o di chissà dove: “Hanno portato a compimento il loro lavoro”. Antonio non capì bene il senso di quelle parole e di quello che era successo. Si voltò e tornò, con il sole ormai alto, per quella stradina che ora era sgombra dalla musica, dagli umani e da ogni altra cosa. Antonio tornò alla sua città, alla sua vita di sempre, alla sua ragazza. Nei giorni a venire non pensò spesso a quello che gli era capitato, al vecchio, alle sue parole, alle farfalle, a quella sensazione di pienezza e libertà che aveva provato in quella mattina di giugno. Proseguì la sua vita, cambiò alcune città, molte più case e ancora più lavori, ebbe altre ragazze con le quali mai provò la stessa sensazione di completo abbandono e felicità che provò in quella mattina di giugno. Antonio poi, quella sensazione, la cercò. Ivano, però. Invano aveva cercato nel mondo degli umani quello che le farfalle gli avevano dato. Invano ricercò quell’attimo della sua giovinezza quando fu rapito e fece l’amore con le farfalle.

Antonio, pian piano, si avviò, come tutti, verso la vecchiaia e si ammalò. Si ammalò di quelle malattie che spesso prendono i vecchi. Si ammalò di tristezza e solitudine e finì i suoi ultimi giorni in un letto d’ospedale accudito con indifferenza e carità dalle suore. Prima di esalare i suoi ultimi respiri riconobbe, in visita al suo capezzale, l’imponente figura del vecchio dall’accento di là delle Alpi, lo stesso vecchio che molti anni prima lo condusse per quella stradina di campagna dove aveva vissuto la più incredibile avventura della sua vita. Il vecchio era vecchio come allora, come in quella mattina fresca di giugno mentre lui, invece, stava morendo. Antonio, in quegli istanti, ripensò alle parole del vecchio. Poche altre volte l’aveva fatto in vita sua. Quelle parole ora risuonavano insistenti nella sua testa. Insistenti, vuote e prive di senso più che mai. Antonio sapeva che sarebbe stato inutile fare domande, ora. Come quel giorno si sarebbe voltato e sarebbe andato via. Lui era fatto così. Quando era giovane, Antonio, pensava che avrebbe comunque capito. Antonio pensava che le cose e le storie e le vite abbiano un loro senso a prescindere dalle domande che facciamo. Antonio pensava che prima o poi avrebbe capito, da solo. Ad un passo dalla fine, però, Antonio si rese conto che forse aveva sbagliato, che avrebbe fatto meglio a cercare di capire, che avrebbe fatto meglio a chiedere, a domandare. Ormai era troppo tardi. Fiero e testardo come era sempre stato, anche in quell’istante finale, Antonio, non chiese nulla. Non seppe chiedere nulla. Si sarebbe voltato, noncurante, e sarebbe tornato lì da dove era venuto. Sarebbe ancora una volta tornato indietro per quella stradina di campagna senza chiedere nulla.

Il suo respirò si affievolì, lentamente, gli occhi si chiusero, il corpo si rilassò, ancora una volta, per l’ultima volta. La testa piegata verso il vecchio, con le ultime forze un accenno di sorriso.

Si spense.

Non appena l’ultimo soffio di vita ebbe abbandonato il corpo di Antonio, dalla sua bocca, leggermente aperta, vennero fuori, una ad una, miriadi di farfalle. Gli insetti oscurarono tutta la stanza, coprendo per intero la finestra dalla quale entrava la luce fioca del sole di febbraio. Le farfalle, sospinte dall’ultimo respiro mortale di Antonio, si diressero fuori dalla finestra. Il vecchio sparì insieme a loro. Questo è il lavoro che fanno le farfalle, ti rubano la felicità e poi volano via.

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