Partire punk, tornare Al Bano

Scritto il 22 Dic, 2018

Partire punk, tornare Al Bano

Non era mai successo, in tanti anni da emigrato, di tornare al paese e trovare qualcuno ad aspettarmi che non fosse la mia famiglia, qualcuno che mi piacesse a prescindere dal sangue, qualcuno che ho incontrato lì e che è in viaggio come me, e come me torna a casa per le feste e per l’estate, quando capita, qualcuno che ama e odia, in qualche modo come me, quella terra, che conosce i suoi tempi, che son diversi da ogni altro posto perché ogni posto ha il suo tempo, che sa decifrare le persone che lo attraversano, che capisce il modo di scambiarsi le occhiate per strada, i gesti del saluto e dell’ira. Trovare qualcuno che capisce il mio sguardo e che porta con sé il suo, che regala alle piazze, ai bar, alle partite a carte i suoi racconti da emigrante e che vuole sapere le storie, come me, di quelli che restano e di quelli che vanno, una persona così, è bello e strano averla ad aspettarmi, anche se non sta aspettando proprio me. Anche se per poco tempo, i corpi che si sono conosciuti lì, che si sono legati una volta, quella carne intrecciata velocemente e di nascosto, rimane confusa per sempre a quella terra, a quel cielo e a quei racconti e ogni volta che si torna, anche separati, anche se non ci si aspetta più, quelle braccia che che si son strette vicendevolmente intorno alle spalle, quelle mani che hanno toccato occhi, nasi, seni, gambe, in quel movimento confuso si fanno roccia, incanto di pietrificazione, diventando per sempre geografia, mappa e territorio per aspettarsi, cercarsi e ricordarsi ancora.
A questo serve tornare, a creare nuova terra, a popolare di nuove storie il passato.
A questo serve partire, ad andare a raccogliere i frutti che son caduti lontano e che hanno comunque il sapore di casa.

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