Planet Terron

… a sud di Santa Monica.

Te ne sei andata la vigilia di Natale.

Scritto il 26 dic, 2011

Te ne sei andata la vigilia di Natale.

È un anno esatto che non ci sei più. Te ne sei andata la vigilia di Natale. Il tempo di arrivare su in città per infilare le ultime ore di lavoro, il panettone e il prosecco e gli auguri che tu già non c’eri più. Dovevi aver qualche problema in testa per mollarmi la vigilia di Natale. Dovevo averne io di problemi se mi hai mollato la vigilia di Natale. Dopo ho provato a rimediare in qualche modo ma non c’è stato nulla da fare. Io avevo le mie colpe, le solite di ogni uomo. Scarsa attenzione ai particolari, nessuna voglia di rattoppare le ammaccature della vita, notti passate al freddo e giornate a tirare avanti rimandando sempre a domani tanto...

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Dioritmo.

Scritto il 30 mar, 2011

Dioritmo.

Sogno la sveglia che suona. Sogno che mi sveglio. Ho ancora qualche minuto, mi riaddormento, tanto è un sogno. A chi non è mai capitato almeno una volta? Mi risveglio di soprassalto (oddio, soprassalto) consapevole che la sveglia ha suonato per davvero. Un classico. Guardo l’orario e sono in ritardo spaventoso per il lavoro. Bestemmio e mi rassegno contemporaneamente all’evidenza ma intimamente me ne fotto. Esco sconsolato dalle coperte, stanco, eppure ieri sera non ho fatto particolarmente tardi, sarà che non ho metabolizzato ancora il cambio d’ora. Sarà quello, mi dico. Mi dirigo verso la macchinetta del caffè, la metto a scaldare e intanto tengo d’occhio...

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Nello stomaco di una vedova groenlandese.

Scritto il 24 feb, 2011

Nello stomaco di una vedova groenlandese.

E’ da tempo ormai che faccio cose che non voglio fare. Ho questa cose delle cose che non voglio fare che veramente è così penosa da togliermi l’appetito. Io, che una cosa non la voglio fare, la capisco dall’assenza di appetito. Il mio appetito lo sento che se ne sta lì sotto, schiacciato dalle cose che non voglio fare e si muove in fondo allo stomaco, scalpita, spinge per uscire, per venire su, ché l’appetito è una cosa viva che se ne sta sotto alle cose morte che non voglio fare. Sepolto sotto questo cumulo di cadaveri di cose che non voglio fare, il mio appetito è lontano, come fosse in un altro stomaco. Il mio appetito, quindi, non è...

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Le belle giornate d’inverno.

Scritto il 7 feb, 2011

Le belle giornate d’inverno.

Le belle giornate d’inverno sono un problema serio. Le belle giornate d’inverno, nei posti dove di belle giornate ce ne son poche, sono un problema bello grosso. Le belle giornate d’inverno, soprattutto quando capitano il fine settimana, in quei posti dove piove sempre e c’è la nebbia e quando piove c’è un casino per strada, sono un problema che non si ha un’idea precisa, proprio per niente. Le belle giornate d’inverno, quelle con il sole, il cielo azzurro e l’aria mite, nei posti dove abitualmente il cielo fai fatica a vederlo e il sole pure, sono di quelle cose che ti fan tremare le ginocchia. Le belle giornate d’inverno,...

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Mani morte ma non è così

Scritto il 30 dic, 2010

Mani morte ma non è così

Ma che succede lì? Faccio. Sembra che proprio lì, sopra quel ponticello, in mezzo alla pianura, alle dieci del mattino, con gli alberi che sono mani rinsecchite di morti uscite dal terreno per acchiapparti, finisca il mondo. Ma no, è la nebbia, mi fa. Fa sembrare le cose morte. Più morte. Sembra così, che oltre quel ponticello lì non ci sia niente, se non un dirupo, la fine del mondo, magari anche le porte dell’inferno, le faccio. Ma io ci passo tutti i giorni, pure di notte. Di notte, fa anche più paura, ma io lo so che oltre il ponticello la strada continua. Fidati! Mi fa. Ok, mi fido, le faccio. E, infatti, aveva ragione. Oltre quel ponticello la strada...

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Quanto fanno centoventi chilometri al giorno per trentacinque anni?

Scritto il 20 dic, 2010

Quanto fanno centoventi chilometri al giorno per trentacinque anni?

Fabbrica. Il posto lì me lo ha lasciato mio padre. Non so come abbia fatto, forse qualche impiccio sulla liquidazione prima di andare in pensione e poi morire, l’anno dopo. Fabbrica. Capannoni desolanti e sterminati che gocciano olio scuro. Tubi e bulloni che si aprono, si spezzano e saltano un giorno sì e l’altro pure. Ruggine e pulviscolo ferroso nell’aria e puzza, ovunque. Ingegneri giapponesi vengono in visita con il loro camice bianco, sciamano e annuiscono compiaciuti all’assaggio dell’acciaio speciale, il migliore del mondo. La Linea A e l’altoforno sono tirati a lucido per l’occasione. La visita dei giapponesi...

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