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	<title>I Love Quentin &#187; Planet Terron</title>
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	<description>"Non è con le chiacchiere che uscirai da questa merda"</description>
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		<title>Te ne sei andata la vigilia di Natale.</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 09:54:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>È un anno esatto che non ci sei più. Te ne sei andata la vigilia di Natale. Il tempo di arrivare su in città per infilare le ultime ore di lavoro, il panettone e il prosecco e gli auguri che tu già non c&#8217;eri più. Dovevi aver qualche problema in testa per mollarmi la vigilia di Natale. Dovevo averne io di problemi se mi hai mollato la vigilia di Natale. Dopo ho provato a rimediare in qualche modo ma non c&#8217;è stato nulla da fare. Io avevo le mie colpe, le solite di ogni uomo. Scarsa attenzione ai particolari, nessuna voglia di rattoppare le ammaccature della vita, notti passate al freddo e giornate a tirare avanti rimandando sempre a domani tanto c&#8217;è tempo e poi ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È un anno esatto che non ci sei più. Te ne sei andata la vigilia di Natale. Il tempo di arrivare su in città per infilare le ultime ore di lavoro, il panettone e il prosecco e gli auguri che tu già non c&#8217;eri più. Dovevi aver qualche problema in testa per mollarmi la vigilia di Natale. Dovevo averne io di problemi se mi hai mollato la vigilia di Natale. Dopo ho provato a rimediare in qualche modo ma non c&#8217;è stato nulla da fare. Io avevo le mie colpe, le solite di ogni uomo. Scarsa attenzione ai particolari, nessuna voglia di rattoppare le ammaccature della vita, notti passate al freddo e giornate a tirare avanti rimandando sempre a domani tanto c&#8217;è tempo e poi quando decidi finalmente che le cose devono cambiare è ormai troppo tardi. Ho provato a rimettere insieme i pezzi, a modo mio, ma la meccanica che ci teneva uniti era roba di altri tempi, di quelle che quando si sfascia non c&#8217;è mano che sappia rimediare e i pezzi di ricambio non li fanno più.</p>
<p>Mi hai lasciato la vigilia di Natale ma io non porto rancore. È grazie a te se sono qui. E&#8217; grazie alle lunghe notti passate insieme a darsi schiaffi in faccia e stazioni radio a tutto volume per tenersi svegli, a parlarsi e a dirsi ce la possiamo fare, ancora un po&#8217;, non fermiamoci ora. E&#8217; lì che ho iniziato a conoscere i miei limiti e anche i tuoi.  Nei pomeriggi d&#8217;estate che quella tua pelle bruna rendeva ancora più caldi e non c&#8217;era modo che brezza di mare entrasse a dar refrigerio, ho capito che la stagione calda andava bene ma un altro inverno no.</p>
<p>Te ne sei andata la vigilia di Natale. È stato grazie a quella rottura brusca che ho deciso di cambiare le cose. Volevo solo dirti che mi manchi e non ti dimenticherò mai, ovunque tu sia, qualunque cosa tu sia ora, Opel Vectra nera del &#8217;92 TA 426397.</p>
<p>* foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/_kic/5343651094/in/photostream" target="_blank">_kic</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dioritmo.</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 2011 08:09:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalle verdi colline di Hollywood]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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		<category><![CDATA[Ultimo post a Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/03/toast.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1524" title="toast" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/03/toast.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>Sogno la sveglia che suona. Sogno che mi sveglio. Ho ancora qualche minuto, mi riaddormento, tanto è un sogno. A chi non è mai capitato almeno una volta? Mi risveglio di soprassalto (oddio, soprassalto) consapevole che la sveglia ha suonato per davvero. Un classico. Guardo l’orario e sono in ritardo spaventoso per il lavoro. Bestemmio e mi rassegno contemporaneamente all’evidenza ma intimamente me ne fotto. Esco sconsolato dalle coperte, stanco, eppure ieri sera non ho fatto particolarmente tardi, sarà che non ho metabolizzato ancora il cambio d’ora. Sarà quello, mi dico.</p>
<p>Mi dirigo verso la macchinetta del caffè, la metto a scaldare e intanto tengo d’occhio l’orologio a muro, accorgendomi che non ho guadagnato tempo, anzi. Nel frattempo guardo fuori dalla finestra e mi chiedo, ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/03/toast.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1524" title="toast" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/03/toast.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>Sogno la sveglia che suona. Sogno che mi sveglio. Ho ancora qualche minuto, mi riaddormento, tanto è un sogno. A chi non è mai capitato almeno una volta? Mi risveglio di soprassalto (oddio, soprassalto) consapevole che la sveglia ha suonato per davvero. Un classico. Guardo l’orario e sono in ritardo spaventoso per il lavoro. Bestemmio e mi rassegno contemporaneamente all’evidenza ma intimamente me ne fotto. Esco sconsolato dalle coperte, stanco, eppure ieri sera non ho fatto particolarmente tardi, sarà che non ho metabolizzato ancora il cambio d’ora. Sarà quello, mi dico.</p>
<p>Mi dirigo verso la macchinetta del caffè, la metto a scaldare e intanto tengo d’occhio l’orologio a muro, accorgendomi che non ho guadagnato tempo, anzi. Nel frattempo guardo fuori dalla finestra e mi chiedo, ancora instupidito, come è che sia ancora così buio. Bah, mi rispondo, sarà sempre quella cosa del cambio d’ora. Fa un insolito freddo.</p>
<p>Accendo la tivù. Corradino Mineo è lì, come sempre, o quasi, a parlare della guerra in Libia, con il suo fare simpatico e i suoi occhialetti che si dividono in mezzo e poi si riattaccano alla bisogna. Mi piace, mi rassicura. Non ho messo in carica l’iPhone. Controllo il livello della batteria, quarantacinque percento, non male, sono soddisfatto, ci giochicchio un po’, in barba al ritardo. Tanto, ormai.</p>
<p>Nel frattempo vengono fuori i toast dal mio splendido tostapane che stampa, quasi a rilievo, un teschio bruciacchiato sulla superficie del pane integrale del Mulino Bianco. Un segno di quotidiana e pacata ribellione al sistema. Alla vista dell’opera d’arte mi emoziono come un bambino di fronte alla vasca dei pinguini del bioparco e scatto una foto che metto su Instagram. Tanto, ormai. Mentre imburro le fette ancora calde, con la coda dell’occhio seguo le impietose lancette dell’orologio, non ho guadagnato tempo, anzi. Corradino Mineo parla degli sbarchi a Lampedusa.<span id="more-1521"></span></p>
<p>Dopo il caffè vado in bagno, con la solita sacralità e anzi, in balìa di una lettura anarchica dei miei doveri civici di lavoratore, per regalarmi ancora maggior gratificazione, in barba allo scandaloso ritardo, porto con me l’aggeggio elettronico multimediale per vedere se qualcuno ha messo un like sulla foto del pane tostato. Nessuno.</p>
<p>Dopo le abluzioni di rito preparo il borsone per la palestra e penso ai vestiti da indossare cercando di interpretare la temperatura esterna e le sue possibili evoluzioni. Ho tutto a portata di mano sullo stendi panni e tutto è pulito e profuma di sapone di Marsiglia. La cosa mi mette quasi di buon umore. I movimenti per la vestizione sono ormai collaudati e ridotti al minimo indispensabile. All’ultimo inforco il portafogli, gli spicci per il caffè alla macchinetta dell’ufficio, l’orologio da polso (guardo l’ora, sempre più indifferente al ritardo). Ho dimenticato le caramelle, maledizione.</p>
<p>Scendo in strada e l’aria è particolarmente rigida. Strano, mi dico. Le auto sono coperte di brina, ma il sole sta salendo e sarà una bella giornata. Non mi preoccupo. Salgo sulla mia macchina e l’orologio al quarzo mi regala, mosso quasi da umana pietà, una speranza inattesa di non essere in drammatico ritardo. Ricordo dopo poco che ho dimenticato di aggiornarlo all’ora legale. Ritorno così a sprofondare in una finta angoscia da buon cittadino.</p>
<p>Il traffico è regolare, se non fosse per un eccesso di genitori che accompagnano i loro pargoli a scuola, ma non ci faccio caso, non intralciano più del dovuto e poi, tanto, ormai. Trovo parcheggio sulla solita via, quasi a metà della salita. Poteva andare meglio ma anche peggio. Mi avvio per la solita strada che ormai non regala più particolari emozioni. Prendo il solito saccostino glassato farcito al cacao che la fornaia mi tiene da parte, con ammirevole dedizione, ogni mattina. Grazie, ciao. Il ciao è di quelli con la “o” lunga che denota ormai una certa intimità. Neanche guardo l’ora salendo con l’ascensore. Tanto, ormai. Suono il campanello per farmi aprire, nessuno risponde. Sfodero le chiavi, apro la porta blindata dell’ufficio, timbro il cartellino (e già, il cartellino). Non c’è nessuno. Strano, dico. Accendo il pc e cazzo, l’illuminazione. Sono in anticipo di un’ora. Vabe’, comunque in ritardo sull’anticipo di un’ora. L&#8217;abitudine.</p>
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		<title>Nello stomaco di una vedova groenlandese.</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 14:37:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/02/groenlandia.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1484" title="groenlandia" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/02/groenlandia.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>E&#8217; da tempo ormai che faccio cose che non voglio fare. Ho questa cose delle cose che non voglio fare che veramente è così penosa da togliermi l&#8217;appetito. Io, che una cosa non la voglio fare, la capisco dall&#8217;assenza di appetito. Il mio appetito lo sento che se ne sta lì sotto, schiacciato dalle cose che non voglio fare e si muove in fondo allo stomaco, scalpita, spinge per uscire, per venire su, ché l&#8217;appetito è una cosa viva che se ne sta sotto alle cose morte che non voglio fare.</p>
<p>Sepolto sotto questo cumulo di cadaveri di cose che non voglio fare, il mio appetito è lontano, come fosse in un altro stomaco. Il mio appetito, quindi, non è che non ci sia, è ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/02/groenlandia.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1484" title="groenlandia" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/02/groenlandia.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>E&#8217; da tempo ormai che faccio cose che non voglio fare. Ho questa cose delle cose che non voglio fare che veramente è così penosa da togliermi l&#8217;appetito. Io, che una cosa non la voglio fare, la capisco dall&#8217;assenza di appetito. Il mio appetito lo sento che se ne sta lì sotto, schiacciato dalle cose che non voglio fare e si muove in fondo allo stomaco, scalpita, spinge per uscire, per venire su, ché l&#8217;appetito è una cosa viva che se ne sta sotto alle cose morte che non voglio fare.</p>
<p>Sepolto sotto questo cumulo di cadaveri di cose che non voglio fare, il mio appetito è lontano, come fosse in un altro stomaco. Il mio appetito, quindi, non è che non ci sia, è solo altrove, come se fosse l&#8217;appetito di un altro. Ora, anche questa cosa che io ho l&#8217;appetito di un&#8217;altra persona, magari di qualcuno che abita lontano da qui e che neanche conosco, un po&#8217; mi preoccupa. Cioè, io ho questo appetito sconosciuto dentro di me e penso sia una cosa che preoccuperebbe un po&#8217; tutti. Metti il caso questo appetito vien fuori mentre sto parlando con un cliente o sono allo sportello delle poste. Può capitare, no? E&#8217; pur sempre l&#8217;appetito di un altro, non il mio, e non ho certo il potere di controllare le cose non mie che mi stanno nel corpo. Stessimo parlando del mio appetito, ok, saprei come gestirlo, come placarlo, un panino al prosciutto, un pezzo di torta di mele e via. Ma no, l&#8217;appetito che mi scuote le pareti dell&#8217;addome, ora, in questo preciso istante, non è il mio, è quello di un altro, magari di un cinese.</p>
<p>Metti, nella peggiore delle ipotesi, che mi sia capitato l&#8217;appetito di un vecchio pakistano o quello di una vedova della Groenlandia. Cosa ne so cosa mangia un vecchio pakistano? E una vedova della Groenlandia? A mala pena so dov&#8217;è la Groenlandia, figuriamoci se so cosa mangia una vedova di quelle parti lì. Ma mettiamo pure il caso io lo sappia, che magari son fortunato e mi è capitato un appetito di un aborigeno australiano e qualche giorno fa ho letto che gli aborigeni australiani mangiano con passione la carne di dingo. Mettiamo mi sia andata così bene, che son quelle fortune che capitano quasi mai nella vita, che sono all&#8217;ufficio postale per spedire un pacco e inizia a venirmi su questo languorino che pian piano, mentre compilo i dettagli della spedizione, vien fuori sempre più insistente e cresce, cresce, cresce fino a diventare un incontrollabile ed animalesco impulso di azzannare una succulenta bistecca di dingo. Ora, sempre ammettendo che riesca ad avere la lucidità per gestire questa spiacevole situazione e, contemporaneamente, spedire il mio pacco, il solo fatto di dover pensare a dove posso trovare carne di dingo al centro di Perugia, mi mette un’ansia da uccidermi.</p>
<p>Secondo me, alla fine, questa cosa dell’ansia di non trovare la carne di dingo a Perugia è una cosa buona, un meccanismo naturale di sopravvivenza racchiuso nel cervello ed è proprio grazie a questo meccanismo che faccio le cose che non voglio fare e per cui ho ancora un lavoro.</p>
<p>(foto originale <a href="http://www.flickr.com/photos/lorentxoportularrume/3234040429/">qui</a>)</p>
<p>***</p>
<p>&#8220;Il piatto nazionale groenlandese è il <em>suaasat</em>, carne di foca bollita con riso e cipolle. Altra  specialità è il <em>mattak</em>,  pelle di balena con un sottile strato di grasso, si mangia cruda tagliata a quadratini&#8221; (da <a href="http://www.colonialvoyage.com/ricette/it/groenlandia/index.html">qui</a>) .  Direi che il dingo, in confronto, non è poi tanto male.</p>
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		<title>Le belle giornate d&#8217;inverno.</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Feb 2011 13:27:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Le belle giornate d&#8217;inverno sono un problema serio. Le belle giornate d&#8217;inverno, nei posti dove di belle giornate ce ne son poche, sono un problema bello grosso. Le belle giornate d&#8217;inverno, soprattutto quando capitano il fine settimana, in quei posti dove piove sempre e c’è la nebbia e quando piove c&#8217;è un casino per strada, sono un problema che non si ha un’idea precisa, proprio per niente. Le belle giornate d&#8217;inverno, quelle con il sole, il cielo azzurro e l&#8217;aria mite, nei posti dove abitualmente il cielo fai fatica a vederlo e il sole pure, sono di quelle cose che ti fan tremare le ginocchia. Le belle giornate d&#8217;inverno, quelle con tutto questo e anche il blocco del traffico, poi, ti mettono una pressione addosso ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le belle giornate d&#8217;inverno sono un problema serio. Le belle giornate d&#8217;inverno, nei posti dove di belle giornate ce ne son poche, sono un problema bello grosso. Le belle giornate d&#8217;inverno, soprattutto quando capitano il fine settimana, in quei posti dove piove sempre e c’è la nebbia e quando piove c&#8217;è un casino per strada, sono un problema che non si ha un’idea precisa, proprio per niente. Le belle giornate d&#8217;inverno, quelle con il sole, il cielo azzurro e l&#8217;aria mite, nei posti dove abitualmente il cielo fai fatica a vederlo e il sole pure, sono di quelle cose che ti fan tremare le ginocchia. Le belle giornate d&#8217;inverno, quelle con tutto questo e anche il blocco del traffico, poi, ti mettono una pressione addosso ché devi uscire, devi trovare un posto figo dove andare, qualcosa di esclusivo da fare, un bel libro da leggere, una panchina calda al parco, delle persone interessanti da incontrare, dei vestiti adatti e <a href="http://www.misterspex.it/occhiali-da-sole/">degli occhiali da sole</a>. Le belle giornate d&#8217;inverno, quasi nessuno è pronto, tranne me. Io, nelle belle giornate d&#8217;inverno, vado a letto presto, prestissimo, tipo alle otto, senza cena. In queste giornate qui, io vado a letto presto e dormo, dormo tantissimo e mi sveglio presto, prestissimo, tipo alle quattro, con una fame assurda, come un lupo, si dice, ma anche come due, che l’immagine rende meglio. Quando mi sveglio presto, tipo alle quattro, e non lo so se quella che viene sarà davvero una bella giornata d&#8217;inverno, perché fuori è buio e fa ancora fresco, prendo e mi faccio un panino col prosciutto, il formaggio e i carciofini sottolio di mia madre, anzi, me ne faccio due e torno a letto. Una volta che sono a letto e in testa mi viene il dubbio che sta arrivando una bella giornata d’inverno, prendo, mi alzo e faccio cose,  cose strane, come smontare i rubinetti del bagno e cambiare le guarnizioni. Cambio le guarnizioni a tutto, non solo ai rubinetti del bagno, ma anche alla macchinetta del caffè e ad ogni altra cosa che penso possa avere delle guarnizioni. Io, per queste occasioni, ho un cassetto pieno di guarnizioni di ogni genere e misura. Quando ho finito di cambiare le guarnizioni, poi, faccio altre cose, come appendere quadri che son lì da mesi, rinvasare le piante, anche se non è stagione e poi mi riaddormento, ché sono stanco per tutte queste cose, poi mi risveglio, ché il gatto fa casino e gli rubo i giochi e li nascondo, poi mi riaddormento e poi mi risveglio verso mezzogiorno e a questo punto, se è davvero una bella giornata d&#8217;inverno, col sole, il caldo e nessuna macchina che percorre il viale, io sono sereno, perché già ho fatto un sacco di roba e posso restare in casa a fare un cazzo di niente. Se poi è brutto, meglio.</p>
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		<title>Mani morte ma non è così</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Dec 2010 09:19:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/12/ponte.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1387" title="ponte" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/12/ponte.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>Ma che succede lì? Faccio. Sembra che proprio lì, sopra quel ponticello, in mezzo alla pianura, alle dieci del mattino, con gli alberi che sono mani rinsecchite di morti uscite dal terreno per acchiapparti, finisca il mondo. Ma no, è la nebbia, mi fa. Fa sembrare le cose morte. Più morte. Sembra così, che oltre quel ponticello lì non ci sia niente, se non un dirupo, la fine del mondo, magari anche le porte dell&#8217;inferno, le faccio. Ma io ci passo tutti i giorni, pure di notte. Di notte, fa anche più paura, ma io lo so che oltre il ponticello la strada continua. Fidati! Mi fa. Ok, mi fido, le faccio. E, infatti, aveva ragione. Oltre quel ponticello la strada proseguiva dritta, in mezzo ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/12/ponte.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1387" title="ponte" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/12/ponte.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>Ma che succede lì? Faccio. Sembra che proprio lì, sopra quel ponticello, in mezzo alla pianura, alle dieci del mattino, con gli alberi che sono mani rinsecchite di morti uscite dal terreno per acchiapparti, finisca il mondo. Ma no, è la nebbia, mi fa. Fa sembrare le cose morte. Più morte. Sembra così, che oltre quel ponticello lì non ci sia niente, se non un dirupo, la fine del mondo, magari anche le porte dell&#8217;inferno, le faccio. Ma io ci passo tutti i giorni, pure di notte. Di notte, fa anche più paura, ma io lo so che oltre il ponticello la strada continua. Fidati! Mi fa. Ok, mi fido, le faccio. E, infatti, aveva ragione. Oltre quel ponticello la strada proseguiva dritta, in mezzo alla stessa pianura, con gli stessi alberi che sono mani di morti usciti dal terreno per acchiapparti. Niente fine del mondo, niente dirupi o stigi o cerberi ad attendermi. Un po&#8217; mi dispiace anche, devo dirti la verità, che se dovessi mai finire con qualcuno all&#8217;inferno, quella vorrei che fossi tu, ma va bene anche così.  E non lo so, questa cosa, alla fine, un significato deve pure averlo.</p>
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		<title>Quanto fanno centoventi chilometri al giorno per trentacinque anni?</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Dec 2010 10:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>
		<category><![CDATA[psla2010]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/12/ilva_taranto.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1325" title="ilva_taranto" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/12/ilva_taranto.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>Fabbrica.  Il posto lì me lo ha lasciato mio padre. Non so come abbia fatto, forse  qualche impiccio sulla liquidazione prima di andare in pensione e poi  morire, l&#8217;anno dopo. Fabbrica. Capannoni desolanti e sterminati che  gocciano olio scuro. Tubi e bulloni che si aprono, si spezzano e saltano  un giorno sì e l&#8217;altro pure. Ruggine e pulviscolo ferroso nell&#8217;aria e  puzza, ovunque. Ingegneri giapponesi vengono in visita con il loro  camice bianco, sciamano e annuiscono compiaciuti all&#8217;assaggio  dell&#8217;acciaio speciale, il migliore del mondo. La Linea A e l&#8217;altoforno  sono tirati a lucido per l&#8217;occasione. La visita dei giapponesi è come  quando arriva in città il Presidente o il Papa. Si mette a nuovo quel  tratto lì, quello di passaggio, e per il resto si ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/12/ilva_taranto.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1325" title="ilva_taranto" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/12/ilva_taranto.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>Fabbrica.  Il posto lì me lo ha lasciato mio padre. Non so come abbia fatto, forse  qualche impiccio sulla liquidazione prima di andare in pensione e poi  morire, l&#8217;anno dopo. Fabbrica. Capannoni desolanti e sterminati che  gocciano olio scuro. Tubi e bulloni che si aprono, si spezzano e saltano  un giorno sì e l&#8217;altro pure. Ruggine e pulviscolo ferroso nell&#8217;aria e  puzza, ovunque. Ingegneri giapponesi vengono in visita con il loro  camice bianco, sciamano e annuiscono compiaciuti all&#8217;assaggio  dell&#8217;acciaio speciale, il migliore del mondo. La Linea A e l&#8217;altoforno  sono tirati a lucido per l&#8217;occasione. La visita dei giapponesi è come  quando arriva in città il Presidente o il Papa. Si mette a nuovo quel  tratto lì, quello di passaggio, e per il resto si rattoppa qualche buco  qua e là e si nasconde la polvere sotto il tappeto, come nei cartoni  animati di Tom e Jerry.</p>
<p>Da  bambino, avrò avuto quattro anni, mi svegliavo all&#8217;alba, al salire  dell&#8217;odore di caffè dalla cucina; saltavo giù dal letto come una furia  non appena sentivo smettere lo struscio del rasoio nell&#8217;acqua del  lavandino. Quello era il segnale che mio padre stava uscendo di casa per  andare a lavoro. Il turno attaccava alle sette ma c&#8217;erano parecchi  chilometri da fare, in corriera o in auto.<br />
Quanto fanno centoventi chilometri al giorno per trentacinque anni?</p>
<p>Io,  da bambino, mi alzavo tutte le mattine all&#8217;alba, per andare a lavoro  con mio padre, in fabbrica. Sbattevo forte i piedi scalzi per terra e  piangevo e pregavo e imploravo che mi portasse con lui. “Oggi no”, mi  diceva mio padre, “vediamo domani”, e mi lasciava scalpitante nelle  braccia di mamma che mi teneva a forza. Io, mio padre, non lo vedevo  quasi mai e pensavo che l&#8217;unico modo che avessi per stare un po&#8217;insieme a  lui fosse andare lì, in fabbrica, a raccogliere olio, stringere bulloni  e prendere per il culo giapponesi.<span id="more-1323"></span></p>
<p>Io,  quella fabbrica, l&#8217;amavo e la odiavo. Mi chiedevo sempre quanto bello  potesse essere quel posto. Quanto bello doveva essere quel posto lì per  tenere mio padre tutto il giorno via da me?<br />
Immaginavo  labirinti luccicanti di tubi, lo splendore intermittente dei pulsanti  sulle macchine possenti, il bagliore e il calore dell&#8217;acciaio fuso che  colava dritto e lento come lava da un vulcano. Immaginavo giapponesi col  camice bianco e il casco giallo in testa e gli occhiali spessi che  sorridevano compiaciuti del sapore del loro acciaio speciale. Ma  speciale per farci cosa?<br />
L&#8217;amore  per la fabbrica, poi, saliva a dismisura a Natale. Il babbo natale  della fabbrica, come lo chiamavo io, diceva ad ogni bambino quello che  avrebbe ricevuto in regalo. Il babbo natale della fabbrica, così lo  chiamavo, faceva sempre regali bellissimi. Non c&#8217;era neanche bisogno di  chiedere, di scrivere lettere. Il babbo natale della fabbrica sapeva  benissimo quello che desideravo, lo sapeva anche meglio di me, ed erano  sempre regali bellissimi. I regali che mi portava il babbo natale della  fabbrica erano cose bellissime che forse il desiderio di un bambino  neanche riusciva bene a desiderare per quanto fossero belle.</p>
<p>Ricordo,  un anno, l&#8217;aereo radiocomandato; un Tornado. Quell&#8217;aereo era bellissimo  nel suo grigio metallizzato, con le ali stellate dell&#8217;aviazione  americana che si aprivano e chiudevano perfette, con la luce rossa  lampeggiante nella cabina di pilotaggio e la punta affusolata a fendere  l&#8217;aria della mia stanza. Ancora più bello, se mai possibile, il regalo  del Natale successivo. Un robot giapponese gigantesco. Ancora mi chiedo,  a distanza di anni, come facesse il babbo natale della fabbrica a  sapere perfettamente quello che ogni bambino desiderasse ricevere in  regalo. Magari, pensavo, erano stati i giapponesi a dire al babbo natale  della fabbrica che in Giappone tutti i bambini desideravano un robot  giapponese e allora, per non far torto ai giapponesi, che erano buoni  clienti, pareva ovvio che anche i bambini italiani desiderassero un  robot giapponese (iniziavo anche a capire cosa ci potessero fare i  giapponesi con l&#8217;acciaio speciale della fabbrica di mio padre).</p>
<p>Con  il robot giapponese gigantesco ci facevo le battaglie contro il  Tornado. Se fino allora l&#8217;aereo aveva avuto vita facile contro le truppe  di soldatini ammassati sul pavimento e sui mobili, le cose cambiarono  in fretta. Tra il Tornado e il robot giapponese gigantesco era facile  che vincesse il robot giapponese gigantesco, ma la cosa non era poi così  scontata. La vittoria doveva sudarsela, comunque, al prezzo di  ammaccature sulla corazza, arti divelti, armamenti dispersi sotto il  letto.</p>
<p>Un  giorno, ricordo, vidi in tivù che scoppiò una guerra vera, o almeno  così mi sembrava. Era la prima guerra vera che vedevo in tivù e quindi  non sapevo bene. C&#8217;erano i soldati, i carri armati, le navi, gli aerei e  gli elicotteri. Sembrava proprio una guerra vera. Gli aerei decollavano  da un paese non distante dal mio per andare a combattere aldilà del  mare. Io, non so, ero solo un bambino, ero contento perché vedevo  decollare quegli aerei che erano dei Tornado. I più veloci e potenti del  mondo, dicevano alla tivù. Io ero solo un bambino ed ero contento  perché sapevo tutto di quegli aerei, di come si pilotavano, di come  fossero equipaggiati, del fatto che con i Tornado è facile vincere  contro i soldati ammassati sul pavimento.  Un altro giorno, sempre in  tivù, vidi che due di quegli aerei erano stati abbattuti e i piloti  catturati e le cose si mettevano male e che poi, questi Tornado, per  quanto veloci e potenti, non fossero poi così invincibili. Io, allora,  da quel momento, non volli più staccarmi dalla tivù perché non vedevo  l&#8217;ora di vedere partire, prima o poi, un robot giapponese gigantesco ché  con i robot giapponesi giganteschi, lo sanno tutti, ci fai delle  battaglie incredibili e prova a tirarlo giù un robot giapponese  gigantesco, se ci riesci.</p>
<p>Ora,  che non sono più tanto ragazzino, mi alzo tutte le mattine all&#8217;alba,  per andare a lavoro in fabbrica. Come allora, l&#8217;odore del caffè impregna  la cucina e il corridoio. Uguale resta il rumore dello struscio del  rasoio nell&#8217;acqua del lavandino. Giapponesi da prendere per il culo, in  fabbrica, non se ne vedono da tempo e la polvere sotto i tappeti è  ovunque, non solo sotto i tappeti.<br />
Il babbo natale della fabbrica è da anni che non si fa vivo. Di aerei e robot neanche l&#8217;ombra.<br />
Come  quando ero bambino, salto giù dal letto, all&#8217;alba, con meno furia,  certo, ma sbatto sempre i piedi scalzi per terra e piango e grido e  imploro di poter andare a lavoro, al mio lavoro, ancora, come quando  c&#8217;era mio padre.<br />
Oggi no, magari domani, mi ripeto da solo.</p>
<p>(foro originale <a href="http://www.flickr.com/photos/marcellolombardi/4545214691/">qui</a>)</p>
<p>***</p>
<p>Questo lodevole, a mio avviso, manufatto dell&#8217;ingegno letterario, partecipa ad un altrettanto lodevole manufatto che chiamerei di &#8220;editoria digitale dal basso e partecipata&#8221; che questo signore <a href="http://www.blogsquonk.it/">qui</a>, ormai da anni, tra mille vicissitudini umane e tecnologiche, riesce, nonostante tutto, a regalarci. Si chiama PSlA, terribile acronimo che sta per &#8220;Post Sotto l&#8217;Albero&#8221;.</p>
<p>Volendo, potete scaricarlo <a href="http://bit.ly/PSLA2010">qui</a>.</p>
<p>Grazie Sir, di cuore, di tutto.</p>
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		<title>Per ora noi la chiameremo Novembre</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2010/11/12/per-ora-noi-la-chiameremo-novembre</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 09:08:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/11/luci.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1269" title="luci" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/11/luci.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>La tristezza è come un animale domestico tondo che insegue impazzito il suo culo in salotto. Lo chiami e non risponde.  Recidine il capo o la coda o mettilo all’ingrasso. Il tuo animale tondo è come un poeta  francese. Il tuo animale è come Vasco Brondi. Tutti siamo tristi a novembre. Tutti siamo  Vasco Brondi a novembre. Nessuno è un poeta francese. Amen....</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/11/luci.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1269" title="luci" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/11/luci.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>La tristezza è come un animale domestico tondo che insegue impazzito il suo culo in salotto. Lo chiami e non risponde.  Recidine il capo o la coda o mettilo all’ingrasso. Il tuo animale tondo è come un poeta  francese. Il tuo animale è come Vasco Brondi. Tutti siamo tristi a novembre. Tutti siamo  Vasco Brondi a novembre. Nessuno è un poeta francese. Amen.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il sapore dell&#8217;uva</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2010 12:50:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/10/salento.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1208" title="salento" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/10/salento.jpg" alt="salento" width="520" height="180" /></a></p>
<p>Ti porto in piedi sulla testa, da secoli, come la cuccuma d&#8217;argilla che le donne di qui andavano a riempire alla fiumara per gli animali e per la cucina quotidiana. Come loro ti porto, dritta sul collo, incurante dell&#8217;incombenza e delle ossa piegate. Mi stai appuntita negli occhi quando seggo sulla seggiola d&#8217;angolo di quella che era la nostra camera nelle estati affollate di bambini, fratelli, parenti e amici. Seggo e ti guardo.</p>
<p>La casa, quella che era di mio nonno, rifugio contadino tra gli ulivi, quella costruita col sapere di una volta, coi muri spessi per tenere il fresco e il caldo, bianca di calce e tufo, un po&#8217; ti somiglia, così solida e regolare, e sussulta negli infissi al passaggio di un fischio ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/10/salento.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1208" title="salento" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/10/salento.jpg" alt="salento" width="520" height="180" /></a></p>
<p>Ti porto in piedi sulla testa, da secoli, come la cuccuma d&#8217;argilla che le donne di qui andavano a riempire alla fiumara per gli animali e per la cucina quotidiana. Come loro ti porto, dritta sul collo, incurante dell&#8217;incombenza e delle ossa piegate. Mi stai appuntita negli occhi quando seggo sulla seggiola d&#8217;angolo di quella che era la nostra camera nelle estati affollate di bambini, fratelli, parenti e amici. Seggo e ti guardo.</p>
<p>La casa, quella che era di mio nonno, rifugio contadino tra gli ulivi, quella costruita col sapere di una volta, coi muri spessi per tenere il fresco e il caldo, bianca di calce e tufo, un po&#8217; ti somiglia, così solida e regolare, e sussulta negli infissi al passaggio di un fischio di vento, raro da queste parti, soprattutto nella stagione. Strali di sole bussano alla finestra d&#8217;oriente e tagliano a fette l&#8217;aria già tiepida della mattina. Tu stai proprio lì in mezzo, come statua di gesso, fontana ad abbellire e dissetare l&#8217;aria secca della campagna.<br />
Ti guardo mentre lisci i capelli corvini e mordi il labbro inferiore con i denti appuntiti. Ti guardo mentre stai molle sul letto sgualcito dal trambusto delle ore passate insieme. Ti guardo nella tua sottana dall&#8217;odore di cenere e sapone. Ti guardo, mentre l&#8217;unica cosa che vorrei essere ora è la curva che disegna il tuo ginocchio bianco poggiato di traverso sul materasso. Ti guardo e taccio, spettacolo inconsapevole della natura mentre tu non ti curi di me, sprofondata dentro la trama di un racconto fantastico che ti passa tra le palpebre e la nuca. Sei un albero accogliente sui cui rami mai più potrò essere ospitato a mangiare l&#8217;uva rubata dalle viti altrui, come si faceva da ragazzi. Ora mordo, per quello che posso, i frutti che lasci cadere maturi e generosi sulla terra. Ti mordo per farti più leggera. Ti mordo e scappo via come un ladro perché l&#8217;acqua e la cura avuti per farti crescere ed inverdire le foglie, ora, non viene più dalle mie mani e dalla mia schiena. Mordo ancora una volta e scappo. Poi, quando finirai, quando non ce ne sarà più di te, quando sarai tutta mangiata, quando sarai solo nocciòlo, aspetterò che un&#8217;altra stagione venga. Stai ancora una volta lì, come si conviene all&#8217;albero, mentre ti vengo a rubare e a farti più leggera. Stai lì, come adesso, fantasma di una passione antica al sapore di frutta. Stai lì, tienimi al fresco e proteggimi e ricordami che le cose rubate per fame di gioventù hanno tutte il gusto buono, dolce e appiccicoso dell&#8217;uva.</p>
<p>(foto <a href="http://www.flickr.com/photos/zunardu/3084353772/sizes/l/in/photostream/">originale </a>di zunardu)</p>
<p>***</p>
<p>Questo è l&#8217;ultimo dei tre post scritti per il <strong>Blog di Grazia </strong>e lo trovate <a href="http://blog.graziamagazine.it/blog/2010/10/01/i-love-quentin-il-sapore-delluva/">qui</a>. E&#8217; stata una bella esperienza, da non ripetere se non a pagamento.</p>
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		<title>Il demonio in corpo e le scarpe col tacco</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2010/09/29/il-demonio-in-corpo-e-le-scarpe-col-tacco</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Sep 2010 17:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/09/sorpresa.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1201" title="sorpresa" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/09/sorpresa.jpg" alt="sorpresa" width="520" height="180" /></a></p>
<p>L&#8217;asfalto si srotola dritto, nero e sempre uguale sotto i fari della mia macchina. Stanotte mi sembra un vero peccato che questo paese è così lungo. Stanotte questa bella terra a forma di stivale volevo fosse una scarpa diversa, bassa e senza tacco, come quelle che si usano adesso, così stavo già da te. Devo arrivare fin giù in fondo e ancora ce ne vuole. Per fortuna, sopra il cavalcavia dell&#8217;autostrada, una luna quasi piena, grossa, rossa e bassa sull&#8217;orizzonte, mi fa compagnia. Così, al nord, non se ne vede proprio. Non se ne vede soprattutto in quel buco dentro la montagna dove mi spacco il culo per dodici ore al giorno, sei giorni a settimana. Dicono che è il più grande tunnel dell&#8217;Europa o ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/09/sorpresa.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1201" title="sorpresa" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/09/sorpresa.jpg" alt="sorpresa" width="520" height="180" /></a></p>
<p>L&#8217;asfalto si srotola dritto, nero e sempre uguale sotto i fari della mia macchina. Stanotte mi sembra un vero peccato che questo paese è così lungo. Stanotte questa bella terra a forma di stivale volevo fosse una scarpa diversa, bassa e senza tacco, come quelle che si usano adesso, così stavo già da te. Devo arrivare fin giù in fondo e ancora ce ne vuole. Per fortuna, sopra il cavalcavia dell&#8217;autostrada, una luna quasi piena, grossa, rossa e bassa sull&#8217;orizzonte, mi fa compagnia. Così, al nord, non se ne vede proprio. Non se ne vede soprattutto in quel buco dentro la montagna dove mi spacco il culo per dodici ore al giorno, sei giorni a settimana. Dicono che è il più grande tunnel dell&#8217;Europa o del Mondo, ora non ricordo. Per me è solo un buco fottuto che mi ruba la luce del sole, ma è lavoro e vuol dire tanto.</p>
<p>Dovevo partire domani per venire da te ma non ho resistito, la voglia di vederti era troppa. Chi se ne frega, allora, se sono stanco del turno e la strada è tanta. Ti faccio una sorpresa e ti porto un bel regalo, penso. Nelle poche uscite del sabato, coi colleghi, ho visto in un negozietto un paio di scarpe, di quelle artigianali, col tacco fine ed alto, turchesi, rosse e nere. Penso che di sicuro ti piacciono e anche se son molto costose e dobbiamo risparmiare per il matrimonio e la casa e poi chissà, un figlio, mi voglio togliere lo sfizio di vedertele addosso e farti felice e io insieme a te.<span id="more-1198"></span></p>
<p>Mi fermo per l&#8217;ultimo caffè e per una sigaretta. Dovrebbero bastare per arrivare. Finalmente l&#8217;uscita dall&#8217;autostrada. Vedo il nome del paese scritto sul cartello e le curve strette mi rianimano un po&#8217;. Mi rimettono in sesto gli occhi. L&#8217;adrenalina e la contentezza fanno il resto. Sono eccitato che tra un po&#8217; ti riabbraccio e ti bacio e potremo fare l&#8217;amore dopo tanto tempo e spero di ricordarmi come si fa. Sì, penso di ricordarmelo come si fa, e rido.</p>
<p>Sono quasi sotto casa. Saranno passati sei mesi dall&#8217;ultima volta. Le villette dei vicini hanno gli alberi in fiore e c&#8217;è qualche chiosco tirato su per far il fresco all&#8217;estate che arriva. È tardi, tu sarai a letto e non mi aspetti. Parcheggio. Lascio stare la valigia e prendo solo il tuo regalo. Voglio avere le mani libere per stringerti forte.</p>
<p>Salgo le scale in silenzio e preparo le chiavi senza far rumore. Non voglio svegliarti e neanche spaventarti. Ho pensato che magari ti faccio un squillo sul cellulare e poi ti dico che sono in cucina. Mi sembra uno scherzo divertente.Apro piano piano la porta di casa. C&#8217;è la luce debole della lampada in salotto e sento odore di pesce. A te piace tanto cucinare il pesce, a me mangiarlo. Anche la nostra camera è illuminata da una luce gialla e traballante, saranno le candele alla vaniglia che abbiamo preso all&#8217;Ikea. Passo un attimo davanti lo specchio in soggiorno per rassettare la camicia stropicciata e lisciarmi un po&#8217; la barba incolta. Penso alla faccia che farai e alle parole che dirai quando mi vedi. Vengo da te, ancora con il regalo tra le mani. Se dormi ti guardo un attimo perché sei bellissima quando dormi. Mi avvicino senza far rumore e con il dorso delle mani stropiccio gli occhi stanchi per mettere a fuoco alla nuova luce. Per un attimo resto cieco e poi tanti puntini luminosi mi girano per la testa e poi mi torna la vista. Non capisco e penso che quello che vedo è un sogno, un brutto sogno. Non può essere che quell&#8217;uomo dalle spalle larghe e scure è sopra di te, sul nostro letto, in casa nostra. Rimango gelato qualche attimo e poi mi succede che le braccia mi diventano molli e, d&#8217;un tratto, mi si ferma il cuore ed è come se morissi. La scatola che ho in mano cade sul pavimento e l&#8217;uomo si volta al rumore. Intravedo nella poca luce gli occhi verdi di Antonio, il mio amico, il carabiniere. Ora sento dentro la pancia un fuoco che mi sale e il sangue che bolle nelle vene arriva fino in testa come la lava di un vulcano e mi brucia il cervello e mi fa esplodere gli occhi. Le braccia molli mi diventano cemento e acciaio e una forza incontrollata mi muove le gambe e non capisco più niente. Raccolgo una scarpa da terra e con un salto, che sembro un animale, mi avvento su quell&#8217;uomo. Il pantalone con le bande rosse è per terra, il cappello con la fiamma e la cintura con la pistola ben chiusa nella fondina sulla sedia. La mia sedia.</p>
<p>Antonio non riesce a dire niente, la testa piegata come di fronte il plotone di esecuzione, il peso del giudizio sul collo. Si volta verso di te. Le sue labbra bisbigliano qualcosa ma senza suono. Tu ancora non hai capito. Neanche io ho capito. Non capisco un cazzo e mi comporto come quelle donne possedute dal diavolo che ho visto da bambino, quando venivano da mia nonna per farsi curare con l&#8217;olio benedetto e la croce disegnata sul petto. Io non mi oppongo al demonio, non voglio essere curato. Mi ritrovo questa scarpa in mano che non so neanche perché e ci metto niente, con la forza che ho in corpo, a schiantare quel tacco appuntito sulla nuca del mio amico Antonio. Gli infilo la scarpa dritta all&#8217;attaccatura tra testa e collo. Antonio si piega in due come un pezzo di cartone e nemmeno una goccia di sangue esce da quella testa molle poggiata sul tuo seno. Finalmente vedo il tuo viso e i tuoi occhi, che sono di vetro, verdi come i fondi di bottiglia, spessi e opachi che ci guardi dentro e vedi il mondo tutto storto. La tua bocca spalancata e rossa non emette un fiato. Sei di pietra e io non ho nulla per farti tornare carne. Non dico niente. Esco. Vado verso il bar, come altre mille volte quando stavo al paese. Gino sarà ancora in piedi, come al solito, dietro il bancone, a servire le ultime sambuca. Saluto. Chiedo una birra. Gino, in silenzio, me la apre e la versa nel bicchiere. Tutto come sempre. Non cambia mai niente qui al sud.</p>
<p>(immagine <a href="http://www.flickr.com/photos/iocorallo/2723859062/">originale </a>di io.corallo)</p>
<p>***</p>
<p><em>Questo racconto è stato scritto per il <strong>Blog di Grazia</strong> e lo potete trovare anche <a href="http://blog.graziamagazine.it/blog/2010/09/29/i-love-quentin-il-demonio-in-corpo-e-le-scarpe-col-tacco/comment-page-1/#comment-137581">qui</a>. </em></p>
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		<title>Parole pesanti</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2010/08/25/parole-pesanti</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 11:14:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/08/parole_pesanti.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1116" title="parole_pesanti" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/08/parole_pesanti.jpg" alt="parole_pesanti" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Il sud lo vedi subito quando ci stai. Il sud è quel posto dove le parole sono solide e prendono le forme astratte dei gesti rapidi che le accompagnano nel discorso, degli sguardi che pretendono attenzione, dei petti che si avvicinano come rinforzo alla ragione, delle mani che ti toccano nella necessità di dover convincere. Al sud la parola è proclama, comizio, esibizione. Al sud ogni storia è teatro, dramma, messinscena. Le storie del sud sono tragedia greca e la geografia anfiteatro, l&#8217;umanità è platea e la voce è alta affinché tutti possano sentire. Al sud non parli mai ad uno. Non è conversazione quella che puoi fare. Le parole, al sud, quando raccontano storie di disgrazia, di nostalgia, di malattia, di malgoverno proprio e ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/08/parole_pesanti.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1116" title="parole_pesanti" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/08/parole_pesanti.jpg" alt="parole_pesanti" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Il sud lo vedi subito quando ci stai. Il sud è quel posto dove le parole sono solide e prendono le forme astratte dei gesti rapidi che le accompagnano nel discorso, degli sguardi che pretendono attenzione, dei petti che si avvicinano come rinforzo alla ragione, delle mani che ti toccano nella necessità di dover convincere. Al sud la parola è proclama, comizio, esibizione. Al sud ogni storia è teatro, dramma, messinscena. Le storie del sud sono tragedia greca e la geografia anfiteatro, l&#8217;umanità è platea e la voce è alta affinché tutti possano sentire. Al sud non parli mai ad uno. Non è conversazione quella che puoi fare. Le parole, al sud, quando raccontano storie di disgrazia, di nostalgia, di malattia, di malgoverno proprio e degli amici, di qualche parente, di un conoscente o di una generazione intera, cercano approvazione espansa, cenni degli occhi molteplici, spalle mosse da rassegnata ineluttabilità. Le parole tristi sono solide e dure, ché tutti possano farsene carico, che ognuno possa prenderne una parte e dividerne il peso con gli altri, per alleggerire. Le tasche, a meridione, son piene di parole pesanti e i passi sono lenti, dolenti.<br />
Le storie del sud, quando sanno di felicità, invece, quando raccontano di fortuna, di benessere, di gioia, sfornano parole sottili, bisbigli che il vento sparpaglia. Le storie buone sono come l&#8217;onda che si frange sullo scoglio col boato del tuono e lascia intorno l&#8217;aria frizzante che subito si ritira. Come il mare, che per timore di essere intrappolato nella roccia torna indietro appena può, le parole sottili sferzano l&#8217;aria per un attimo e spiovono al suolo e subito spariscono per timore che quella ricchezza venga rubata, quella felicità portata via, quel fresco raro profittatto da molti fannulloni immeritevoli. Al sud le parole grevi si dividono e si gridano e la povertà si spartisce col clamore della festa mentre le parole leggere si sussurrano e si nascondono come la ricchezza che si accumula sorda nella casa di uno e il silenzio è cassaforte per i ladri.<br />
Il sud lo vedi quando ci stai, è quel posto dove il disgraziato ha le tasche piene di parole di pietra. Il sud lo vedi quando ci stai, è quel posto dove la musica ripete, il ballo ossessiona, il canto invoca i santi  e la voce squarcia per guarire la malattia, per scacciare i diavoli, la sfortuna e il guaio. Il sud è anche quel posto dove il ricco viaggia leggero con le sue braghe di tela, muto, come al suo funerale.</p>
<p>(<a href="http://www.flickr.com/photos/jody_art/1748546096/sizes/z/in/photostream/">foto originale</a>)</p>
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