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	<title>I Love Quentin &#187; Planet Terron</title>
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	<description>"Non è con le chiacchiere che uscirai da questa merda"</description>
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		<title>Un carburatore</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 08:39:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>

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		<description><![CDATA[
Sono a ricoprire ogni angolo arso della tua pelle con la mia e lì, dove prima fu il sole, ora il sale del sudore comune segna solchi profondi e confusi, segni che si mescolano come sguardi. Guardo il soffitto, signora silente, nel sonno tra le tue cosce stanche e doloranti e ti costruisco come corpo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-1091" title="carburatore" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/07/carburatore.jpg" alt="carburatore" width="520" height="160" /></p>
<p>Sono a ricoprire ogni angolo arso della tua pelle con la mia e lì, dove prima fu il sole, ora il sale del sudore comune segna solchi profondi e confusi, segni che si mescolano come sguardi. Guardo il soffitto, signora silente, nel sonno tra le tue cosce stanche e doloranti e ti costruisco come corpo inerte, organo sparso, carburatore, acquario per pesci. Farti a pezzi e ricongiungerti, smontarti e montarti lasciandoti dentro brandelli del mio seme, strappi del mio sangue. Questo desiderio mi lega a te, questo il confine del mio amore.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Roma a mano armata</title>
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		<pubDate>Tue, 18 May 2010 08:34:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>

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		<description><![CDATA[
Io non lo so mica come arrossisce una donna
le donne mi arrossiscono di spalle
le donne mi arrossiscono retro
mi si arrossano in volto e io no,
non posso guardarle
sono la poltrona su cui sono comodamente spalmate,
il loro culo sul mio ventre, basso
le loro braccia sulle mie braccia, basse
la schiena sul mio petto
un petto mastodontico, infinito, avvolgente
Io sussurro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/05/Roma-a-mano-armata.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1029" title="Roma a mano armata" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/05/Roma-a-mano-armata.jpg" alt="Roma a mano armata" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Io non lo so mica come arrossisce una donna<br />
le donne mi arrossiscono di spalle<br />
le donne mi arrossiscono retro<br />
mi si arrossano in volto e io no,<br />
non posso guardarle<br />
sono la poltrona su cui sono comodamente spalmate,<br />
il loro culo sul mio ventre, basso<br />
le loro braccia sulle mie braccia, basse<br />
la schiena sul mio petto<br />
un petto mastodontico, infinito, avvolgente</p>
<p>Io sussurro parole d&#8217;amore al loro lobo<br />
Mi fai arrossire, loro<br />
Ti voglio vedere, io<br />
No, non puoi<br />
Perché non posso?<br />
Perchè tu sei la mia poltrona<br />
E allora? Una poltrona non può vedere arrossire una donna?<br />
Silenzio! Sto vedendo un film!<br />
Che film?<br />
Roma a mano armata<br />
Bello?<br />
Sì<br />
Vado a pisciare<br />
Ma poi torni?<br />
No, non penso<br />
Mi ami?<br />
Come prima<br />
Come quando ci siamo conosciuti vuoi dire?<br />
No, come prima prima<br />
Cioè?<br />
No, non penso</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Uomo come dico io</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 08:16:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[lotta]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>

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		<description><![CDATA[
Mi fanno male le mani. Tengo stretto lo schioppo come se fosse una creatura il giorno del battesimo. Lo tengo stretto che provo paura, lo tengo stretto che mi scalda tutto il corpo su questo greppo infame, lo tengo stretto così non mi addormento. Queste mani sono forti che hanno mosso strumenti da quando erano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/04/partigiani.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-970" title="partigiani" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/04/partigiani.jpg" alt="partigiani" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Mi fanno male le mani. Tengo stretto lo schioppo come se fosse una creatura il giorno del battesimo. Lo tengo stretto che provo paura, lo tengo stretto che mi scalda tutto il corpo su questo greppo infame, lo tengo stretto così non mi addormento. Queste mani sono forti che hanno mosso strumenti da quando erano mani di ragazzino ma questo fucile scalpita che vuole scaldarsi e pure io mi rovino della stessa malattia. In questi giorni sulla montagna m&#8217;han messo in mano un&#8217;arma e insegnato a sparare alle cose. Agli uomini non mi hanno insegnato a sparare, quello lo devi imparare da solo, quando capita.</p>
<p>Sto qui coi compagni a pancia a terra, sull&#8217;erba umida, ad aspettare, come quando ero bambino e giocavo a nascondino. Oggi è il giorno che mi tocca di imparare a sparare agli uomini e io tengo paura che non so se sono buono e stringo il fucile e mi affido a lui che è nato per quest&#8217;opera. Io sono nato che mai mi pensavo che dovevo finire qui su, coi fratelli, ad aspettare di sapere come si fa a uccidere un uomo. Io non so se sono davvero buono per un lavoro così.</p>
<p>Qui su, sulla montagna, m&#8217;hanno insegnato anche a chiamare un uomo nemico, come se in questa parola ci stanno dentro le cose inanimate e non le persone. Io so che sto nel giusto e a Iddio chiedo perdono che oggi son qua che devo uccidere un uomo. Ho pure lo stomaco che mi fa un male cane. Un uomo s&#8217;ammazza più con lo stomaco che con le mani, mi ha detto il capitano. Libero si chiama il capitano. Io no so se sono buono per questo lavoro e se ho lo stomaco abbastanza duro. Ripeto nella testa le preghiere imparate all&#8217;oratorio, anche se al capitano Libero non piacciono. Io le ripeto che mi tengono la testa tranquilla.</p>
<p>Il Gufo, che lo chiamano così che ha due occhi che vedono bene pure di notte, sta di vedetta. Nascosto tra i rami fitti di un albero non si perde un attimo la strada. Io penso che è tardi e i tedeschi per stasera non arrivano e un po&#8217; sono contento. Penso anche alla famiglia che non vedo da mesi.  A mamma dico che forse oggi devo sparare a un uomo e di perdonarmi perché non è questo il modo che lei mi ha insegnato di diventare grandi. Chiedo scusa a papà per queste mani che tradiscono il mestiere per un fucile. Ma non avevo scelta. Visto che ci sono chiedo anche a Dio di darmi un occhio che mi sento le spalle scoperte e pure di darmi la forza di diventare uomo tutto d&#8217;un botto. Poi penso a Nandina, l&#8217;amore mio, e penso al bacio che le ho dato prima di correre qui sul monte dei ribelli. Non ho fatto a tempo di diventare uomo per davvero che oggi devo rubare la vita a un povero cristo.</p>
<p>Sento il Gufo che fa il suo verso. E&#8217; il segnale. La colonna dei tedeschi è in fondo alla strada. Io sto qui con la paura in corpo che mi paralizza le mani. Devo diventare uomo alla svelta che il fucile poggiato sulla spalla solida di un uomo è più preciso e non sbaglia il colpo. La guerra cambia presto i ragazzi in uomini. Oggi, amore, è il mio turno di diventare uomo. Io volevo diventare uomo insieme a te ma non ho avuto altra scelta. Iddio mi perdoni se oggi devo diventare uomo così e perdonami anche tu, amore mio. Tu aspettami che quando torno voglio diventare uomo di nuovo, voglio diventare un uomo vero, voglio diventare uomo come dico io, uomo senza guerre da combattere, uomo senza fucile, uomo senza nemici, uomo libero e in pace.</p>
<p>Per diventare uomo come dico io, amore, devo prima diventare uomo come dicono loro, uomo con la presa salda sul fucile, lo stomaco duro, l’occhio fermo sul bersaglio. E, se Iddio vuole, amore mio, così sarà. Però tu aspettami, amore mio, che voglio diventare uomo con te. Aspettami amore mio che voglio diventare uomo come dico io.</p>
<p>***</p>
<p>P.s: questo scritto partecipa all&#8217;inziativa <strong>Schegge di Liberazione</strong> &#8211; Post Resistenti. L&#8217;ebook che lo contiene, insime a molti altri, lo potete scaricare <a href="http://www.miomarito.it/barabba/schegge_di_liberazione.pdf">qui</a>. Un grande plauso e fulgida ammirazione va a Marco Manicardi (il Many) che ha pensato e realizzato il tutto. Maggiori informazioni potete trovarle sul suo <a href="http://barabba-log.blogspot.com/2010/04/schegge-di-liberazione-un-ebook.html">blog</a>. Grazie Marco</p>
<p>(l&#8217;immagine è stata presa dall&#8217; <a href="http://www.anpi.pesarourbino.it/index.php/partigiani/fototeca/">archivio fotografico</a> dell&#8217; A.N.P.I)</p>
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		<title>Dove finisce la terra</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 11:07:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>

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		<description><![CDATA[
Chissà se le pietre antiche di questa città avranno memoria di me. Io non avrò memoria di loro. Queste pietre non mi appartengono, stanno lì, guardano me, io guardo loro, l&#8217;un l&#8217;altro indifferenti. Chissà se la mia terra natia avrà memoria di me. Io non penso. L&#8217;ho tradita la mia terra, quando ero giovane. L&#8217;ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/03/vite.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-926" title="vite" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/03/vite.jpg" alt="vite" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Chissà se le pietre antiche di questa città avranno memoria di me. Io non avrò memoria di loro. Queste pietre non mi appartengono, stanno lì, guardano me, io guardo loro, l&#8217;un l&#8217;altro indifferenti. Chissà se la mia terra natia avrà memoria di me. Io non penso. L&#8217;ho tradita la mia terra, quando ero giovane. L&#8217;ho tradita negandola, l&#8217;ho tradita fuggendo, lasciandola al sole, a seccare. Gli alberi di arancio e la vite che piantò mio padre ho tradito. Le sogno di notte le piante, al contrario, con le radici al cielo e le fronde incastrate nell&#8217;argilla. Ora quella terra è arida. Ora quella terra è polvere. Lacrime e sudore non bastano più a bagnarla. Non basteranno le vane promesse di ritorno a rinvigorirla.<br />
La casa che mio padre ha costruito con i calli delle sue mani e i polmoni pieni di veleno ho tradito.</p>
<p>Chissà se quegli occhi bruni avranno memoria di me. Anche quelli ho tradito, quei seni tondi e bianchi ho tradito, quelle dolci carezze, quegli abbracci sinceri ho tradito.</p>
<p>Ricordo l&#8217;estate al mare, le ferie di mio padre dalla fabbrica. Partivamo presto, con la focaccia calda comprata al forno. Col fratellino piccolo, i secchielli e il pallone. Lì io e il mare ci siamo conosciuti. Le sue creature ho conosciuto. Quelle buone da mangiare e quelle belle da guardare, quelle che pizzicano le mani, quelle che fanno male sotto i piedi di bambino, quelle che bruciano la carne. Il suo fondo sabbioso ho conosciuto. Tutte le buche, le secche, le correnti e i diversi colori. I celesti della tramontana e il verde e marrone dello scirocco. Allora mi sono innamorato perdutamente.</p>
<p>Io non ho mai posseduto nulla veramente in vita mia. Io non ho mai voluto possedere nulla in vita mia. Terra, pietre, amore non ho mai posseduto veramente ma il mare, ecco, il mare, io posso dire di averlo posseduto. Ho posseduto il mare perché lui ha posseduto me, da bambino, quando ero innocente, quando nulla sapevo della vita. Posso dire di possedere il mare, io. Terra, pietre, amore e tutto il resto, un giorno, io lo so, diventeranno mare. Un giorno, quando il mio tempo sarà fatto, non consegnatemi alla terra, non datemi alla polvere, non copritemi di pietre ma regalatemi al mare. Ridatemi tutte le cose che non ho mai posseduto.</p>
<p>(foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/ilcigno/2533579312/" target="_blank">il cigno</a>)</p>
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		<title>La fornarina bella</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 13:29:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>
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La fornarina, la fornarina bella da cui mi servo tutte le mattine, è vestita di bianco e ha la cuffietta sui capelli. La fornarina bella ha la pelle di porcellana, quella pelle che sembra mai aver visto la luce del sole. Sarà la vicinanza della farina, tutto il giorno, a far diventare bianca e lucente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/02/fornarina.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-882" title="fornarina" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/02/fornarina.jpg" alt="fornarina" width="520" height="160" /></a></p>
<p>La fornarina, la fornarina bella da cui mi servo tutte le mattine, è vestita di bianco e ha la cuffietta sui capelli. La fornarina bella ha la pelle di porcellana, quella pelle che sembra mai aver visto la luce del sole. Sarà la vicinanza della farina, tutto il giorno, a far diventare bianca e lucente la sua pelle. La mia fornarina, la fornarina bella, è giovane e sotto la cuffia ci ha un colore di capelli che si avvicina all&#8217;arancio. L&#8217;arancio ci sta parecchio bene con l&#8217;incarnato pallido della sua pelle, con il camice, con la cuffietta, con il pane, con la farina e tutto il resto.  La fornarina, la fornarina bella, ho notato oggi, ha un piccolo tatuaggio dietro l&#8217;orecchio destro, tra il collo e l&#8217;attaccatura dei capelli, tra il collo di alabastro e i capelli color arancio. La fornarina, la fornarina bella, ho notato oggi, lo mostra ai clienti, il tatuaggio, quando si gira a prendere le buste per incartar la roba. Oggi lo ha mostrato anche a me, ché si è girata a prendere le buste che le servivan per incartare la roba. E&#8217; una roba tipo una lettera emme, una roba tipo un segno zodiacale, una roba che io non tanto me ne intendo. La fornarina bella è grassa, ma di un grasso che ci sta bene con tutto il resto, con il camice, la pelle di porcellana, la cuffietta, i capelli color arancio, i panini e la focaccia. E&#8217; di quella gradevole grassezza che da una fornarina come minimo te lo aspetti, anzi,  lo pretendi. Lo pretendi anche da una macellaia, per dire, o da una salumiera. Da una farmacista mai, quelle son tutte magre e smunte e tristi e acide. La fornarina bella no, lei è sempre allegra, grassa e gentile. La fornarina bella le voglio bene ché mi tiene da parte il cornetto al cioccolato. Dice che i vecchi, la mattina presto, solo cornetto al cioccolato, altrimenti piangono. E allora lei, il cornetto al cioccolato, lo tien da parte per me. Io le voglio bene alla fornarina bella.  Novanta centesimi, novanta centesimi al giorno mi chiede e io in cambio anche il mio bene. Che sembran pochi novanta centesimi, ma tutti i giorni, fate un conto.</p>
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		<title>Fausto &amp; Gabriele</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 13:22:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[angeli]]></category>
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		<description><![CDATA[
Gabriele credi a me, non è importante quanto cazzo c&#8217;e lo hai grosso, il cazzo. Non importa quanto tu lo sappia usare, quanto tempo glielo tieni dentro, quanto la fai godere, gridare, supplicare, invocare il nome di dio invano. Nulla di tutto questo importa, Gabriele. Certo, se ce lo avessi fiammeggiante e potente come il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/02/arcangelo.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-864" title="arcangelo" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/02/arcangelo.jpg" alt="arcangelo" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Gabriele credi a me, non è importante quanto cazzo c&#8217;e lo hai grosso, il cazzo. Non importa quanto tu lo sappia usare, quanto tempo glielo tieni dentro, quanto la fai godere, gridare, supplicare, invocare il nome di dio invano. Nulla di tutto questo importa, Gabriele. Certo, se ce lo avessi fiammeggiante e potente come il mio, bitorzoluto, indistruttibile, adunco, sarebbe meglio ma, credimi, questo non è importante. Anche un pisello moscio, Gabriele, piccolo e rubizzo come quello di un cherubino può conquistare una donna. Gabriele credimi, credi a me. Ascoltami bene Gabriele, ascolta me. Il segreto è uno e uno solo, Gabriele.  Mentre le sei dentro,  mentre sei proprio lì e lei è sotto di te, Gabriele, mentre sei lì e mentre lei tira indietro la testa e ti porge il mento, inarca sinuosa la schiena e discinta ti apre il seno, mentre cerca di indicarti la strada dimenandosi come una gatta in un sacco, mentre sei lì e lei fa questo tu, Gabriele, prendile la testa tra le mani e fissala, fissala negli occhi, fissale intensamente gli occhi. Guardale dentro Gabriele. Il segreto è guardarle dentro. Penetrale dentro, dagli occhi, attraversa le sue pupille fino ad arrivarle all&#8217;anima, nell&#8217;anima, con il tuo sguardo. Inondale l&#8217;anima con la tua, falle capire, mentre la stai possedendo, che quello che vuoi davvero non è il suo corpo, non è solo il suo corpo,  falle capire che quello che vuoi davvero di lei è la sua anima. Falle capire, mentre sei lì dentro, dentro di lei e penetri il suo corpo, che vorresti penetrarle l&#8217;anima, che vorresti ghermirle l&#8217;anima, farla tua, e che  ci riuscirai. Alle donne piacciono gli uomini sicuri di sé, Gabriele. Gabriele credi a me,  quello che ti ho detto funziona. Funziona con tutte le donne. Almeno, Gabriele, con Maria ha funzionato.</p>
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		<title>Ci avevo uno scheitbòrd</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 15:34:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>

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		<description><![CDATA[
Quando ero piccolo erano gli anni ottanta e volevo lo scheitbòrd. Si sa che negli anni ottanta bastava volere una cosa che quella arrivava. Erano belli gli anni ottanta, gli anni della mia gioventù. Io volevo uno scheitbòrd, lo volevo proprio, negli anni ottanta. Un mio compagno di scuola, che ci aveva lo zio americano, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/01/scate.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-803" title="scate" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/01/scate.jpg" alt="scate" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Quando ero piccolo erano gli anni ottanta e volevo lo scheitbòrd. Si sa che negli anni ottanta bastava volere una cosa che quella arrivava. Erano belli gli anni ottanta, gli anni della mia gioventù. Io volevo uno scheitbòrd, lo volevo proprio, negli anni ottanta. Un mio compagno di scuola, che ci aveva lo zio americano, gli ha portato dall&#8217;America un bello scheitbòrd, di quelli americani, di quelli belli. Che se ci hai lo zio americano le cose neanche le devi volere più di tanto, manco le devi desiderare, quelle arrivano da sole, dall&#8217;America. E&#8217; il sogno americano, dicono. Il mio compagno di scuola voleva la bicicletta bmx, che negli anni ottanta, la bmx, era come lo scheitbòrd, un sogno, un sogno americano, più grande dello scheitbòrd però, molto più grande. Io, al contrario del mio amico, volevo lo scheitbòrd. Io, al contrario del mio amico, non ci avevo uno zio americano, ma neanche un prozio, un bisnonno, un lontano parente americano. Allora sognavo in piccolo, io. Lo scheitbòrd era il mio piccolo sogno americano.<span id="more-799"></span></p>
<p>Ho comprato lo scheitbòrd dal mio compagno, ché lui voleva la bmx. Ho comprato lo scheitbòrd per cinquemila lire. L&#8217;ho comprato per cinquemila lire italiane. Ho comprato il mio piccolo sogno americano per cinquemila sudatissime lire italiane. Era bello il mio scheitbòrd, bellissimo. Era blu elettrico. Era di plastica dura, con le ruote grosse e rosse che se ci penso ora rassomigliava alla bandiera americana. Io ci uscivo la domenica, col mio scheitbòrd. Ci andavo in piazza, su, al paese, per far vedere ai miei amici quanto bello fosse il mio scheitbòrd. Io ci salivo apposta in piazza, la domenica, ché abitavo in periferia, in fondo al crinale della bassa collina su cui è adagiato il mio paese. Ci andavo per poi tornare a casa, sul mio scheitbòrd, come sulle strade di San Francisco, in discesa, coi dossi.</p>
<p>Io tornavo verso casa. Ricordo ancora quella domenica, come se fosse ieri, anzi, come se fosse oggi. Ricordo ancora quella domenica, quando tornavo verso casa, col mio scheitbòrd, col mio sogno americano sotto i piedi. Ricordo una alfetta grigia metallizzata, con i cerchi in lega, una di quelle macchine tamarre, una di quelle macchine degli anni ottanta, tamarrissime, una di quelle macchine da sogno italiano, ché il sogno italiano è un sogno tamarro, si sa, mica come un sogno americano. Viene giù a tutta velocità l&#8217;alfetta ed io, spaventato dal rumore, sul mio scheitbòrd, mi getto sul bordo della strada. Sul bordo della strada, del brecciolino, del brecciolino tamarrissimo, si infila tra le ruote rosse e grosse del mio sogno americano ed io giù, ruzzolo via dal mio scheitbòrd. Il mio scheitbòrd è lì, solitario in mezzo la strada. Il tamarro sull&#8217;alfetta ci passa sopra con le ruote dell&#8217;alfetta, con le sue ruote tamarrissime da sogno italiano. Il tamarro sull&#8217;alfetta, quella domenica, con le sue ruote tamarrissime, con i cerchi in lega tamarrissimi, ha spezzato in due il mio bellissimo scheitbòrd, il mio scheitbòrd blu con le ruote rosse e grosse. Il tamarro sull&#8217;Alfetta ha spezzato in due il mio sogno americano con il suo tamarrissimo sogno italiano.</p>
<p>Fu in quell&#8217;istante, in quella domenica che ricordo come fosse oggi, che venne infranto il mio sogno americano. Fu quella domenica, col mio sogno americano a pezzi sull&#8217;asfalto, che decisi di non volere mai più un sogno americano. Ché i sogni americani fanno soffrire, mi dicevo. Fu in quella domenica, che ricordo come ieri, che decisi di diventare comunista. Decisi di diventare comunista per non avere mai più un sogno americano. Fu in quella domenica, che ricordo come ieri, che diventai comunista per sempre e mai più volli un sogno americano. Smisi anche di guardare Drive-in alla tv, quella domenica.</p>
<p>(foto <a href="http://www.flickr.com/photos/altuwa/529043914/sizes/l/" target="_blank">originale</a>)</p>
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		<title>Come Napoli</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Dec 2009 20:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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Conosco una smilza, stasera. Ballerina classica e studente di filosofia. Non ha tette, è piatta come una tavola per stendere la pasta, quasi buona per farci le orecchiette sopra. Ha degli occhi grandi, la smilza, marroni, profondi come il cuba libre che bevo e uno sguardo che ti punta come a dire &#8211; &#8220;ebbè, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2009/12/napoli.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-778" title="napoli" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2009/12/napoli.jpg" alt="napoli" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Conosco una smilza, stasera. Ballerina classica e studente di filosofia. Non ha tette, è piatta come una tavola per stendere la pasta, quasi buona per farci le orecchiette sopra. Ha degli occhi grandi, la smilza, marroni, profondi come il cuba libre che bevo e uno sguardo che ti punta come a dire &#8211; &#8220;ebbè, non ho le tette, e allora? Tu il cazzo ce l&#8217;hai?&#8221;. Io a questa domanda, a quel suo sguardo,  mi ritraggo. &#8220;Ok, facciamo che tu non hai le tette ed io non ho il cazzo. A me va bene così.&#8221; &#8211; mi dico. Ha uno sguardo intelligente, la smilza, troppo intelligente per i suoi venti anni. Vent&#8217;anni? E che cristo! Ha il naso piccolo e adunco, ma bello,  la smilza, uno di quei nasi antichi. Ha un colore pallido, il suo viso, di quel pallido da foto sbiadita dal tempo. Ha una pelle che tu non sai, non sai proprio se sia mai stata carezzata da mano d&#8217;uomo, tanto sembra nuova. Ha i capelli corti, la smilza, arruffati, che gettano le sue ossa leggere tra il popolino affamato di una Parigi rivoluzionaria. A me, questo casino delle sue membra e del suo viso, piace. Piace un bel po&#8217;. Mi dà un senso di pace il suo corpo, il suo viso che è un po&#8217; un casino. A me il casino dà un senso di pace, di una cosa che non puoi rovinare con il tuo comportamento stupido e le tue parole sbagliate. &#8220;La tua faccia, il tuo corpo, è come Napoli, un po&#8217;&#8221; &#8211; le dico. Ad una giovane donna, così fragile, puoi dirle e farle quello che vuoi, penso, lei sarà sempre un passo davanti a te, sbagliata e sorridente e tu non puoi farle del male. Lei può farne a te, di male, un casino. Come Napoli.</p>
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		<title>Vitina la puttana va coi giostrai</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 23:25:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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Abitava vicino casa mia, Vitina. Vitina la puttana la chiamavano. Vitina veniva da Milano e la chiamavano la puttana, la puttana di Milano. Tutte quelle che venivano da Milano, o giù di lì, le chiamavano puttane. Ma Vitina era puttana davvero. Vitina era una bella brunetta. Capelli corti, grandi occhi verdi, e la chiamavano puttana, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2009/12/giostre.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-773" title="giostre" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2009/12/giostre.jpg" alt="giostre" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Abitava vicino casa mia, Vitina. Vitina la puttana la chiamavano. Vitina veniva da Milano e la chiamavano la puttana, la puttana di Milano. Tutte quelle che venivano da Milano, o giù di lì, le chiamavano puttane. Ma Vitina era puttana davvero. Vitina era una bella brunetta. Capelli corti, grandi occhi verdi, e la chiamavano puttana, perché veniva da Milano. Vitina era bella. Non era altissima, ma aveva un fisico da paura, capelli corti aveva, e occhi belli aveva, grandi e verdi erano gli occhi di Vitina la puttana. Vitina era la più bella delle puttane che fino ad allora avessi visto. Io ero piccolo, e di puttane, di puttane che venivano da Milano, ne avevo viste poche. Nessuna erano belle come Vitina. Vitina era conosciuta in paese. Vitina era conosciuta anche fuori paese. Dai paesi intorno venivano per vedere Vitina, per stare con Vitina. Venivano i giostrai, alle feste del paese, e venivano per Vitina. E Vitina andava matta per i giostrai e i giostrai andavano matti per Vitina. Vitina dai giostrai non prendeva soldi, prendeva biglietti per il <span>Tagadà</span> e per La Filibusta, la nave dei pirati. E i giostrai andavano in visibilio per Vitina. Vitina andava coi giostrai per andare sulle giostre e noi andavamo alle giostre per vedere Vitina. Anche le giostre giravano solo per Vitina. E la musica, e le luminarie per strada, e la gente vestita a festa, e il santo patrono con la Congrega di San Giuseppe al seguito e i fuochi pirotecnici che fiorivano nella notte erano tutti lì, per Vitina, la puttana di Milano. Poi un giorno Vitina andò via dal paese. Era incinta si diceva. La puttana di Milano era incinta ed è tornata a Milano, si diceva.<br />
Da quel giorno, al paese, niente più festa, niente più giostre e giostrai, niente più santo e fuochi e botti e niente più Vitina. Da quel giorno, quel paese, è morto. Lo ha ucciso Vitina, quel paese, Vitina la puttana.</p>
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		<title>Certe donne</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 13:55:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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Certe donne, non tutte le donne, dopo che ci hai scopato e non le chiami più, un po&#8217; si incazzano. Altre ne sono contente a dire il vero, te ne sono grate. Per gli uomini è diverso. Loro, gli uomini, si incazzano perché non li scopi più, non perché non li chiami più (le donne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2009/12/donna_al_telefono.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-711" title="donna_al_telefono" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2009/12/donna_al_telefono.jpg" alt="donna_al_telefono" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Certe donne, non tutte le donne, dopo che ci hai scopato e non le chiami più, un po&#8217; si incazzano. Altre ne sono contente a dire il vero, te ne sono grate. Per gli uomini è diverso. Loro, gli uomini, si incazzano perché non li scopi più, non perché non li chiami più (le donne non li scopano più, non io). Le donne, certe donne, vogliono sapere perché non le chiami più mentre prima era un pululare di telefonate e messaggini e mille altre attenzioni. Le donne, certe donne, non vogliono sapere la verità. Le donne, non tutte le donne, vogliono che confermi semplicemente la loro versione di verità, quella che hanno elaborato con le loro amiche, che sono altre donne, solitamente. Lei, la donna, quella donna lì, vuole sentirsi dire che sei uno stronzo, ché lo sa bene lei che sei uno stronzo patentato, e anche tu lo sai che sei uno stronzo. A lei piacevi anche per questo, ché eri uno stronzo bello e buono, ma lei ne vuole la conferma e la vuole ricevere da quella stessa bocca che qualche giorno prima hai usato per regalarle parole dolci e baci appassionati, lo vuole sentire dal sibilo di quella lingua che fino a pochi giorni prima avevi usato per&#8230; beh, altre cose, altre cose che dette in latino hanno un suono particolare ed affascinante, tipo <em>homo erectus</em>. Lei non vuole sentirsi l&#8217;ultima puttana sulla terra, dice, non la prima ecco, ma almeno tra le prime dieci. Ti dice che va bene, che anche lei si è fatta le sue scopate e la mattina dopo &#8220;ciao. Ti chiamo io&#8221;. &#8220;Ma almeno, cazzo, una telefonata la potevi fare. Perdio!&#8221; &#8211; esclama. &#8220;Siamo gente adulta!&#8221; &#8211; ancora. &#8220;Va bene&#8221;,  &#8211; mi fa &#8211; &#8220;sono stata il tuo giocattolino per un mese, cazzo. Ok, anche io mi sono divertita, siamo stati bene insieme ma almeno una telefonata del cazzo, una cazzo di telefonata me la potevi pure fare&#8221;. A lei piace molto la parola cazzo. E telefonata anche.  &#8220;Perfetto&#8221; &#8211; dice &#8211; &#8220;si vede che io ero più presa di te, che ora hai da fare altro, che lo so che ti scopi un&#8217;altra, che va bene finché si sta a letto. Ma poi? Io lo so come vanno queste cose. Io sono donna di mondo. Non credere però che una telefonata, tu a me e non il contrario, la potevi pure fare. Mi sembrava che una telefonata, almeno, me la meritassi&#8221;.  &#8220;Una telefonata la potevi pure fare&#8221; &#8211; mi dice -  &#8220;ma non tanto per me, per la prossima volta, per la prossima fottuta volta che una puttana del cazzo ti capita a tiro&#8221;. Premurosa e altruista lei, verso quelle stesse puttane che pochi giorni prima avrebbe spellato vive se solo mi avessero rivolto la parola. Allorchè io rispondo &#8211; &#8220;baby, non tanto per me, ma te lo dico lo stesso, non lo faccio per me, quanto per il prossimo stronzo che ti capita a tiro: le telefonate sono per i pompini con l&#8217;ingoio. I.N.G.O.I.O!&#8221;. Ha riattaccato.</p>
<p>(foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/huffstutterrobertl/" target="_blank">roberthuffstutter</a>)</p>
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