… a sud di Santa Monica.
Abitava vicino casa mia, Vitina. Vitina la puttana la chiamavano. Vitina veniva da Milano e la chiamavano la puttana, la puttana di Milano. Tutte quelle che venivano da Milano, o giù di lì, le chiamavano puttane. Ma Vitina era puttana davvero. Vitina era una bella brunetta. Capelli corti, grandi occhi verdi, e la chiamavano puttana, perché veniva da Milano. Vitina era bella. Non era altissima, ma aveva un fisico da paura, capelli corti aveva, e occhi belli aveva, grandi e verdi erano gli occhi di Vitina la puttana. Vitina era la più bella delle puttane che fino ad allora avessi visto. Io ero piccolo, e di puttane, di puttane che venivano da Milano, ne avevo viste...
LeggiCerte donne, non tutte le donne, dopo che ci hai scopato e non le chiami più, un po’ si incazzano. Altre ne sono contente a dire il vero, te ne sono grate. Per gli uomini è diverso. Loro, gli uomini, si incazzano perché non li scopi più, non perché non li chiami più (le donne non li scopano più, non io). Le donne, certe donne, vogliono sapere perché non le chiami più mentre prima era un pululare di telefonate e messaggini e mille altre attenzioni. Le donne, certe donne, non vogliono sapere la verità. Le donne, non tutte le donne, vogliono che confermi semplicemente la loro versione di verità, quella che hanno elaborato con le loro amiche, che sono altre...
LeggiEro lì, sopra di lei, facevamo l’amore. Le lenzuola di color rosso carmino. Da piccolo, quel rosso, proprio e solo quello, era il mio colore preferito. Mi piaceva il nome. Carmino. Rosso carmino. Suonava pieno, voluttuoso, caldo, avvolgente, confortevole. Carmino, come mia nonna Carmina, che invece era grigia, sempre stata grigia che io mi ricordi. Nonna Carmina portava i gelati e le patatine a tutti i nipoti, il giorno della pensione, tornando dal paese, a noi nipoti che eravamo in campagna per le lunghe vacanze estive. Più spesso erano buste di patatine, ché i gelati, in corriera, d’estate, c’era il grosso rischio che si sciogliessero. Però,...
LeggiMi ricordo quell’estate quando ci fu l’assalto delle cavallette. Cioè, a dire il vero, da quattro o cinque anni a questa parte c’è sempre un assalto di cavallette o di api o di falene o di altri insetti la cui caratteristica principale è quella di volare e di essere brutti, ma davvero brutti, talmente brutti da far paura alla mia fidanzata. E ce ne vuole per far paura alla mia fidanzata. Mi ricordo, dicevo, di quell’estate in cui fummo tutti ostaggio delle cavallette. Le cavallette, o locuste, non ricordo bene, in quell’estate, erano davvero un problema, ma un problema serio che la sera, per uscire, bisognava preventivamente stilare un...
LeggiBar dal 1896 recita l’insegna. Quel posto è lì da tanto tempo, da prima della corrente elettrica, prima delle strade asfaltate, prima della birra d’importazione. Non ci sono tavolini fuori col bel tempo, né vecchi a far schioccare le carte del tressette, né bambini con il gelato in mano. La ristrutturazione di una decina di anni fa regala agli avventori un pavimento di ceramica bianco e il contrasto del nero-granito-variegato-all-amarena spezza l’aria elettrica del neon. Un posto brutto, non c’è che dire. Ma i bar non devono essere belli, almeno non questo. Come non più belli e non più giovani sono Mario e Anna, i proprietari. Sembrano...
Leggi(un pò lunghetto, vi avviso!) Quando ero piccolo ero fatto un poco a cazzo, non nel senso che avessi organi o arti disposti come nei trattati di anatomia del primo ’300, bensì nel senso che ero una vera peste. Questo mia madre me lo rinfaccia ancora oggi, non per cattiveria, ma per semplice amarcord. Io ero un bambino sfortunato. Non che mi mancasse da mangiare, da vestire o le biglie o le figurine dei calciatori o gli psicofarmaci contro l’eccessiva motilità oculare. Nulla di tutto ciò. Nel paese da dove vengo io si può essere bambini sfortunati per vari motivi. Il peggiore è sicuramente quello di abitare al settimo piano dell’unico palazzo di...
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