<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>I Love Quentin</title>
	<atom:link href="http://www.ilovequentin.it/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.ilovequentin.it</link>
	<description>"Non è con le chiacchiere che uscirai da questa merda"</description>
	<lastBuildDate>Tue, 02 Mar 2010 13:37:57 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.4</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Il lavoro delle farfalle</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2010/03/02/il-lavoro-delle-farfalle</link>
		<comments>http://www.ilovequentin.it/2010/03/02/il-lavoro-delle-farfalle#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 13:37:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalle verdi colline di Hollywood]]></category>
		<category><![CDATA[animali]]></category>
		<category><![CDATA[cose strane]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilovequentin.it/?p=903</guid>
		<description><![CDATA[
Un uomo, canuto, dai capelli radi e dall’età avanzata, maestoso e corpulento gli si parò di fianco, ad un metro di distanza. Antonio, circondato dalla folla del concerto, si accorse subito dell’imponente presenza. Il vecchio guardò il ragazzo di sbieco, dall’alto del suo petto che svettava poco sopra la spalla di Antonio. Si rivolse a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/03/farfalle.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-907" title="farfalle" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/03/farfalle.jpg" alt="farfalle" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Un uomo, canuto, dai capelli radi e dall’età avanzata, maestoso e corpulento gli si parò di fianco, ad un metro di distanza. Antonio, circondato dalla folla del concerto, si accorse subito dell’imponente presenza. Il vecchio guardò il ragazzo di sbieco, dall’alto del suo petto che svettava poco sopra la spalla di Antonio. Si rivolse a lui chiamandolo per nome. Ad Antonio non parve di conoscere o di aver mai visto prima quell’essere. L’anziano uomo,  senza aspettare una risposta o un cenno, rivolgendosi al ragazzo disse: ”Io ti leggo. Io ti leggo nel pensiero”.</p>
<p>Il vecchio aveva un accento del nord Europa, forse dei paesi scandinavi, forse della Terra di Mezzo. Antonio, più che dalle parole di questo assurdo personaggio, rimase colpito ed affascinato dal suo accento. Il vecchio, con un cenno della testa, invitò Antonio a seguirlo lontano dalla folla, verso la destra del palco, lì dove si apriva un viale alberato e si dispiegava una campagna incolta, d’erba alta, bagnata dalla rugiada. Antonio non pensò a nulla. Gli sembrò assolutamente naturale seguirlo. Ad Antonio sembrò come se quell’invito fosse un’ineluttabile conseguenza di quell’incontro inaspettato. Lo seguì per il viale, a tre o quattro passi di distanza, ogni tanto osservando capannelli di giovani che si erano appartati per fumare o scambiarsi parole e baci e carezze in un’artificiale intimità. I due non si parlarono né il vecchio si guardò indietro per controllare che il ragazzo lo seguisse davvero. Il viale finì in uno spiazzo. La campagna e pure il cielo si stavano schiarendo alle prime luci dell’alba. Il sole stava sorgendo ancora, a est, dietro la collina. Antonio era tranquillo, stranamente. Una lieve brezza proveniente da occidente ne colse il volto. Antonio si girò per farsi accarezzare in pieno la fronte. Dinnanzi ai suoi occhi stanchi per la nottata insonne si parò uno spettacolo mai visto prima. Una nuvola compatta e scura di migliaia di farfalle gli veniva incontro fluttuando allo spirare del vento. In lontananza, nonostante l&#8217;ora, sommesse, le note ossessive e spinte della techno sembravano dirigere quella danza nervosa. Antonio non parve spaventato da quello spettacolo che per lui, ragazzo di città, doveva parergli quanto meno esagerato. Il vecchio era lì, a pochi metri di distanza. Il nugolo alato, sino allora incurante degli spettatori, interruppe bruscamente il suo incedere tratteggiato e come un felino abbagliato dai fari alti di un’auto sulla statale si bloccò poco sopra la testa di Antonio. Il ragazzo rimase immobile. Sentiva che quell’animale fatto di migliaia di ali e occhi e antenne non voleva fargli del male. Quasi istintivamente, mentre era ancora lì, piantato come un chiodo nella croce, con le spalle leggermente curve, aprì le braccia alla moltitudine. Si sentiva sereno, di una serenità che non aveva mai provato prima. Il sole, che intanto si era fatto largo oltre la collina e gli alberi, illuminava quella porzione di spazio. Con uno scatto repentino l’animale multiforme avvolse Antonio che si sentì sollevare da terra. Egli si concesse mollemente a quell’abbraccio leggero, rilassando i muscoli delle gambe e della schiena. Aveva la testa vuota. Non pensava a nulla. Antonio si fidava di quella forza gentile, come se fosse stato avvolto in una coperta bianca e morbida nel grembo della madre. Si lasciò andare completamente. Con gli occhi chiusi e le membra molli e la testa che gli sembrava venisse succhiata via provò, quella mattina, il più lungo e intenso e sublime orgasmo della sua vita.<span id="more-903"></span></p>
<p>Quando Antonio si riebbe da quella inattesa esperienza, il vecchio era ancora lì, dove l’aveva lasciato pochi istanti o ore prima. Ancora non sapeva, ancora non aveva ben realizzato. Il vecchio signore si avvicinò al ragazzo, posò delicatamente la possente mano sulla sua spalla e disse, nel suo affascinante accento nordico o di chissà dove: “Hanno portato a compimento il loro lavoro”. Antonio non capì bene il senso di quelle parole e di quello che era successo. Si voltò e tornò, con il sole ormai alto, per quella stradina che ora era sgombra dalla musica, dagli umani e da ogni altra cosa. Antonio tornò alla sua città, alla sua vita di sempre, alla sua ragazza. Nei giorni a venire non pensò spesso a quello che gli era capitato, al vecchio, alle sue parole, alle farfalle, a quella sensazione di pienezza e libertà che aveva provato in quella mattina di giugno. Proseguì la sua vita, cambiò alcune città, molte più case e ancora più lavori, ebbe altre ragazze con le quali mai provò la stessa sensazione di completo abbandono e felicità che provò in quella mattina di giugno. Antonio poi, quella sensazione, la cercò. Ivano, però. Invano aveva cercato nel mondo degli umani quello che le farfalle gli avevano dato. Invano ricercò quell’attimo della sua giovinezza quando fu rapito e fece l’amore con le farfalle.</p>
<p>Antonio, pian piano, si avviò, come tutti, verso la vecchiaia e si ammalò. Si ammalò di quelle malattie che spesso prendono i vecchi. Si ammalò di tristezza e solitudine e finì i suoi ultimi giorni in un letto d’ospedale accudito con indifferenza e carità dalle suore. Prima di esalare i suoi ultimi respiri riconobbe, in visita al suo capezzale, l’imponente figura del vecchio dall’accento di là delle Alpi, lo stesso vecchio che molti anni prima lo condusse per quella stradina di campagna dove aveva vissuto la più incredibile avventura della sua vita. Il vecchio era vecchio come allora, come in quella mattina fresca di giugno mentre lui, invece, stava morendo.  Antonio, in quegli istanti, ripensò alle parole del vecchio. Poche altre volte l’aveva fatto in vita sua. Quelle parole ora risuonavano insistenti nella sua testa. Insistenti, vuote e prive di senso più che mai. Antonio sapeva che sarebbe stato inutile fare domande, ora. Come quel giorno si sarebbe voltato e sarebbe andato via. Lui era fatto così. Quando era giovane, Antonio, pensava che avrebbe comunque capito. Antonio pensava che le cose e le storie e le vite abbiano un loro senso a prescindere dalle domande che facciamo. Antonio pensava che prima o poi avrebbe capito, da solo. Ad un passo dalla fine, però, Antonio si rese conto che forse aveva sbagliato, che avrebbe fatto meglio a cercare di capire, che avrebbe fatto meglio a chiedere, a domandare. Ormai era troppo tardi. Fiero e testardo come era sempre stato, anche in quell’istante finale, Antonio, non chiese nulla. Non seppe chiedere nulla. Si sarebbe voltato, noncurante, e sarebbe tornato lì da dove era venuto. Sarebbe ancora una volta tornato indietro per quella stradina di campagna senza chiedere nulla.<br />
Il suo respirò si affievolì, lentamente, gli occhi si chiusero, il corpo si rilassò, ancora una volta, per l&#8217;ultima volta. La testa piegata verso il vecchio, con le ultime forze un accenno di sorriso.</p>
<p>Si spense.</p>
<p>Non appena l&#8217;ultimo soffio di vita ebbe abbandonato il corpo di Antonio, dalla sua bocca, leggermente aperta, vennero fuori, una ad una, miriadi di farfalle. Gli insetti oscurarono tutta la stanza, coprendo per intero la finestra dalla quale entrava la luce fioca del sole di febbraio. Le farfalle, sospinte dall’ultimo respiro mortale di Antonio, si diressero fuori dalla finestra. Il vecchio sparì insieme a loro. Questo è il lavoro che fanno le farfalle, ti rubano la felicità e poi volano via.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilovequentin.it/2010/03/02/il-lavoro-delle-farfalle/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>5</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Poema epico per culo</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2010/02/18/poema-epico-per-culo</link>
		<comments>http://www.ilovequentin.it/2010/02/18/poema-epico-per-culo#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 10:57:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalle verdi colline di Hollywood]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilovequentin.it/?p=891</guid>
		<description><![CDATA[
Ti penso a tratti. Ti penso come linee che non si uniscono, ti penso fatta di segmenti discontinui, disegnata leggera, sfumata ad acquerello, rosso ed ocra, come un fumetto di Gipi ti penso. Ti penso come una storia dai dialoghi surreali. La mia vita disegnata male. Ho in mente le tue costole, le tue costole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/02/culo.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-893" title="culo" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/02/culo.jpg" alt="culo" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Ti penso a tratti. Ti penso come linee che non si uniscono, ti penso fatta di segmenti discontinui, disegnata leggera, sfumata ad acquerello, rosso ed ocra, come un fumetto di Gipi ti penso. Ti penso come una storia dai dialoghi surreali. La mia vita disegnata male. Ho in mente le tue costole, le tue costole bene in evidenza, il tuo seno piccolo, quando eravamo al mare. Quel culo che dondola e dondola fino alla spiaggia ho in mente, quel culo che poi si perde tra le onde, quel culo che sparisce tra le onde del mare. Io invidio le onde del mare, nel frattempo che ti asciughi. Poi, ti avvicini, resti un attimo, poi vai via, troppo presto, e io non so che dirti. Sorseggio una birra, e non so che dirti, mentre mi riempio della tua prossimità. Io no so che dirti ma nel frattempo mi riempio.<br />
Ti trovo sempre meglio. Stai bene al mondo, stai bene al mondo come una canzone di Dente. Ci incontriamo, ci abbracciamo e bacetti. Io ti cerco, cerco quel vestitino scuro che ti scende sui fianchi come l&#8217;acqua dalla montagna. Indossi stivali ora, al posto dei sandali, con i tacchi, che ti fanno il culo alto, alto come quella montagna da cui scende a valle il ruscello e tu sali, sali sui talloni, per essere più alta, e il culo, quel culo che prima era bagnato dall&#8217;Adriatico ora svetta, si stringe, fluttua per la stanza, si poggia alle pareti, sfiora gli spigoli dei tavoli. Disdegni le sedie tu, troppo banali e io intanto invidio, invidio ogni superficie che tocchi e invidio il mare. E no so che dirti, comunque.<br />
Al solito vai via, vai via troppo presto, ed io ti ho raccontato solo cazzate, come a tutte. Ti ho raccontato le stesse cazzate che racconto a tutte. Quelle parole vuote ti ho raccontato, quando a quel culo, a quel culo che dondola e dondola, a quel culo bagnato a est dall&#8217;Adriatico, a quel culo lì in alto, a quel culo sulle sorgenti del Gange io, pur di trattenerlo, pur di tenerlo tutta la notte, a quel culo lì, il Ramayana racconterei. A te però, a te proprio, non so che dire.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilovequentin.it/2010/02/18/poema-epico-per-culo/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>7</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La fornarina bella</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2010/02/10/la-fornarina-bella</link>
		<comments>http://www.ilovequentin.it/2010/02/10/la-fornarina-bella#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 13:29:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[fornarina]]></category>
		<category><![CDATA[perugia]]></category>
		<category><![CDATA[soldi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilovequentin.it/?p=881</guid>
		<description><![CDATA[
La fornarina, la fornarina bella da cui mi servo tutte le mattine, è vestita di bianco e ha la cuffietta sui capelli. La fornarina bella ha la pelle di porcellana, quella pelle che sembra mai aver visto la luce del sole. Sarà la vicinanza della farina, tutto il giorno, a far diventare bianca e lucente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/02/fornarina.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-882" title="fornarina" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/02/fornarina.jpg" alt="fornarina" width="520" height="160" /></a></p>
<p>La fornarina, la fornarina bella da cui mi servo tutte le mattine, è vestita di bianco e ha la cuffietta sui capelli. La fornarina bella ha la pelle di porcellana, quella pelle che sembra mai aver visto la luce del sole. Sarà la vicinanza della farina, tutto il giorno, a far diventare bianca e lucente la sua pelle. La mia fornarina, la fornarina bella, è giovane e sotto la cuffia ci ha un colore di capelli che si avvicina all&#8217;arancio. L&#8217;arancio ci sta parecchio bene con l&#8217;incarnato pallido della sua pelle, con il camice, con la cuffietta, con il pane, con la farina e tutto il resto.  La fornarina, la fornarina bella, ho notato oggi, ha un piccolo tatuaggio dietro l&#8217;orecchio destro, tra il collo e l&#8217;attaccatura dei capelli, tra il collo di alabastro e i capelli color arancio. La fornarina, la fornarina bella, ho notato oggi, lo mostra ai clienti, il tatuaggio, quando si gira a prendere le buste per incartar la roba. Oggi lo ha mostrato anche a me, ché si è girata a prendere le buste che le servivan per incartare la roba. E&#8217; una roba tipo una lettera emme, una roba tipo un segno zodiacale, una roba che io non tanto me ne intendo. La fornarina bella è grassa, ma di un grasso che ci sta bene con tutto il resto, con il camice, la pelle di porcellana, la cuffietta, i capelli color arancio, i panini e la focaccia. E&#8217; di quella gradevole grassezza che da una fornarina come minimo te lo aspetti, anzi,  lo pretendi. Lo pretendi anche da una macellaia, per dire, o da una salumiera. Da una farmacista mai, quelle son tutte magre e smunte e tristi e acide. La fornarina bella no, lei è sempre allegra, grassa e gentile. La fornarina bella le voglio bene ché mi tiene da parte il cornetto al cioccolato. Dice che i vecchi, la mattina presto, solo cornetto al cioccolato, altrimenti piangono. E allora lei, il cornetto al cioccolato, lo tien da parte per me. Io le voglio bene alla fornarina bella.  Novanta centesimi, novanta centesimi al giorno mi chiede e io in cambio anche il mio bene. Che sembran pochi novanta centesimi, ma tutti i giorni, fate un conto.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilovequentin.it/2010/02/10/la-fornarina-bella/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fausto &amp; Gabriele</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2010/02/05/fausto-gabriele</link>
		<comments>http://www.ilovequentin.it/2010/02/05/fausto-gabriele#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 13:22:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>
		<category><![CDATA[angeli]]></category>
		<category><![CDATA[diavolo]]></category>
		<category><![CDATA[dio]]></category>
		<category><![CDATA[madonna]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilovequentin.it/?p=863</guid>
		<description><![CDATA[
Gabriele credi a me, non è importante quanto cazzo c&#8217;e lo hai grosso, il cazzo. Non importa quanto tu lo sappia usare, quanto tempo glielo tieni dentro, quanto la fai godere, gridare, supplicare, invocare il nome di dio invano. Nulla di tutto questo importa, Gabriele. Certo, se ce lo avessi fiammeggiante e potente come il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/02/arcangelo.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-864" title="arcangelo" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/02/arcangelo.jpg" alt="arcangelo" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Gabriele credi a me, non è importante quanto cazzo c&#8217;e lo hai grosso, il cazzo. Non importa quanto tu lo sappia usare, quanto tempo glielo tieni dentro, quanto la fai godere, gridare, supplicare, invocare il nome di dio invano. Nulla di tutto questo importa, Gabriele. Certo, se ce lo avessi fiammeggiante e potente come il mio, bitorzoluto, indistruttibile, adunco, sarebbe meglio ma, credimi, questo non è importante. Anche un pisello moscio, Gabriele, piccolo e rubizzo come quello di un cherubino può conquistare una donna. Gabriele credimi, credi a me. Ascoltami bene Gabriele, ascolta me. Il segreto è uno e uno solo, Gabriele.  Mentre le sei dentro,  mentre sei proprio lì e lei è sotto di te, Gabriele, mentre sei lì e mentre lei tira indietro la testa e ti porge il mento, inarca sinuosa la schiena e discinta ti apre il seno, mentre cerca di indicarti la strada dimenandosi come una gatta in un sacco, mentre sei lì e lei fa questo tu, Gabriele, prendile la testa tra le mani e fissala, fissala negli occhi, fissale intensamente gli occhi. Guardale dentro Gabriele. Il segreto è guardarle dentro. Penetrale dentro, dagli occhi, attraversa le sue pupille fino ad arrivarle all&#8217;anima, nell&#8217;anima, con il tuo sguardo. Inondale l&#8217;anima con la tua, falle capire, mentre la stai possedendo, che quello che vuoi davvero non è il suo corpo, non è solo il suo corpo,  falle capire che quello che vuoi davvero di lei è la sua anima. Falle capire, mentre sei lì dentro, dentro di lei e penetri il suo corpo, che vorresti penetrarle l&#8217;anima, che vorresti ghermirle l&#8217;anima, farla tua, e che  ci riuscirai. Alle donne piacciono gli uomini sicuri di sé, Gabriele. Gabriele credi a me,  quello che ti ho detto funziona. Funziona con tutte le donne. Almeno, Gabriele, con Maria ha funzionato.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilovequentin.it/2010/02/05/fausto-gabriele/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Roma, ottobre 1943 / Anna</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2010/02/03/roma-ottobre-1943-anna</link>
		<comments>http://www.ilovequentin.it/2010/02/03/roma-ottobre-1943-anna#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 09:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalle verdi colline di Hollywood]]></category>
		<category><![CDATA[deportazione]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilovequentin.it/?p=848</guid>
		<description><![CDATA[
E&#8217; pomeriggio tardi, un pomeriggio di inizio ottobre, tira ancora un ponentino fresco, un ponentino che puzza di calcinacci e morte, di bruciato e fame. San Lorenzo puzza. Sarà lo stomaco vuoto, vuoto di due patate, sarà che tutta Roma puzza. Esco a cercar di raccattare una cena, magari un po&#8217; di misticanza, un pugno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/02/Molini_Biondi_Ostiense.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-852" title="Molini_Biondi_Ostiense" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/02/Molini_Biondi_Ostiense.jpg" alt="Molini_Biondi_Ostiense" width="520" height="160" /></a></p>
<p>E&#8217; pomeriggio tardi, un pomeriggio di inizio ottobre, tira ancora un ponentino fresco, un ponentino che puzza di calcinacci e morte, di bruciato e fame. San Lorenzo puzza. Sarà lo stomaco vuoto, vuoto di due patate, sarà che tutta Roma puzza. Esco a cercar di raccattare una cena, magari un po&#8217; di misticanza, un pugno di facioli, un tozzo di pane, da dividere in quattro. Al mercato nero si trova poco, i fruttaroli dei castelli piangono miseria. Una cipolla, un peperone rinsecchito, una mela. Poca roba. Per il pane tocca pedalare fino a Testaccio, scansando le ronde dei crucchi, per i molini Biodi, gli unici in tutta la città a panificare sotto le bombe. E&#8217; lì che ho incontrato per la prima volta Anna. Bella, bruna, due polpacci torniti come un ciclista, le caviglie fini come un baio arabo a Capannelle, un seno bianco e lento che cade sotto il vestito a fiori, i capelli corvini legati in una coda raccolta alta sulla testa. Anna vive sulle sponde del Tevere, a due passi dall&#8217;Isola Tiberina, al ghetto.</p>
<p>C&#8217;è la fila per il pane ai molini Biondi, una fila che puzza di aliti pesanti, aliti affamati. Io faccio il vago e mi piazzo accanto ad Anna, in fila. Anna non puzza, ha il respiro leggero, la veste che sa di fiume, il busto ritto. Anna ha vent&#8217;anni, ma quei vent&#8217;anni tristi che sembrano di più. Io, ad Anna, l&#8217;ho amata dal primo istante che l&#8217;ho vista, di quell&#8217;amore che ti toglie la fame e ti toglie il respiro. Quella sera, quella sera di inizio ottobre, sono tornato a casa, sazio, senza pane e senza respiro, senza nulla,  tra le bestemmie dei mie fratelli che non avevano visto Anna e avevano fame. Venite a vedere Anna, dicevo. Io ci andavo tutti i giorni, tutti i pomeriggi tardi di quell&#8217;ottobre romano del quarantatre, con la fame, con le macerie, con i tedeschi, con i baschi neri, con la bici, a vedere Anna. A saziarmi d&#8217;Anna, Anna sui tacchi neri, sulle scarpe rovinate, Anna in fila per una spolverata di farina, Anna dall&#8217;odor di fiume, Anna dall&#8217;odor di Anna, Anna che toglie la fame.<span id="more-848"></span></p>
<p>Oggi il ponentino è in ferie. Si sta comunque, nel tiepido autunno romano, con i vestiti lisi, sempre più magri, sempre più affamati. Ai molini Biondi la solita fila, un po&#8217; meno. Un po&#8217; meno Anna. Dicono di strani movimenti nella notte, di camionette grigio crucco, sparse per i quartieri, dicono che cercano i giudei, a mitra spianato, tutti i giudei, dicono che è un casino, dicono che casa per casa, nella notte, li hanno portati tutti via. Non si sa dove, ma li hanno portati tutti via, i giudei del ghetto, i giudei di tutta Roma. Torno al Testaccio, tutti i giorni, tutti i pomeriggi di quell&#8217;autunno del quarantatre, a cercare il mio cibo, a cercare Anna dall&#8217;odor di fiume. Li hanno portati tutti via, dicono, anche quella ragazza dal seno bello, dai capelli corvini, Anna si chiamava, mi dicono. Torno lì, ancora e ancora, al Testaccio, ottobre è finito, il ponentino è andato. Pure Anna è andata. Pure il mio amore è andato, il mio cibo dall&#8217;odor di fiume è andato, da Tiburtina con un treno, dicono.  Torno tutti i sabati ai molini Biondi. Oggi c&#8217;è un residence, nessuno più in fila, nessun odor di fiume, nessun odor di fame, solo puzza di smog.  Oggi, come da sessant&#8217;anni, cerco Anna, Anna la giudea, che è partita con un treno, un treno grigio dicono, e non è più tornata.<br />
Io non mangio da quell&#8217;ottobre del quarantatre.<br />
Io non mangio da quando hanno portato via Anna.</p>
<p><small style="font-size:11px;">(Perdonatemi ma volevo scriverlo per il <strong>Giorno della Memoria</strong>, ma ci vuole tempo, per la memoria)</small></p>
<p><small style="font-size:11px;">(foto <a href="http://www.flickr.com/photos/fotoincerte/4061321259/sizes/l/" target="_blank">originale </a>di <a href="http://www.flickr.com/photos/fotoincerte/">fotoincerte</a>)</small></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilovequentin.it/2010/02/03/roma-ottobre-1943-anna/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Aborigeni</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2010/01/27/aborigeni</link>
		<comments>http://www.ilovequentin.it/2010/01/27/aborigeni#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 09:29:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalle verdi colline di Hollywood]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilovequentin.it/?p=829</guid>
		<description><![CDATA[
Io e te si sta una favola a letto, cioè, non dico fermi, ma in movimento. Io e te facciamo un sesso che da tempo, mi hai detto, da tempo non se ne vedeva così, neanche nell&#8217;internet. Ché io starei sempre lì, cioè sempre proprio lì, lì-lì starei, che non me ne vorrei andare mai. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/01/aborigeno.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-832" title="aborigeno" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/01/aborigeno.jpg" alt="aborigeno" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Io e te si sta una favola a letto, cioè, non dico fermi, ma in movimento. Io e te facciamo un sesso che da tempo, mi hai detto, da tempo non se ne vedeva così, neanche nell&#8217;internet. <span>Ché</span> io starei sempre lì, cioè sempre proprio lì, lì-lì starei, che non me ne vorrei andare mai. Tu no, tu non devi andare, tu resti lì. Io devo andare, a malincuore.  Subito dopo, non proprio subito dopo, ma quasi, stiamo lì, ancora lì, proprio lì, lì-lì stiamo ancora una volta a fare quelle cose che si fanno in due, a letto, non solo a letto, non solo in due ma come minimo in due. Io e te, in effetti, non è che si parli molto, ma lo so, è una fase, lo faremo dopo di parlarci, sempre se ci parleremo ancora, dopo. Io ne dubito però, che ci parleremo ancora dopo, ma non te lo dico ché penso che dopo, io e te, non ci parleremo più. Ecco quindi, questo non è il tempo dei dubbi, non è il tempo delle cose da dire,  nè il tempo della verita. Questo è  il tempo di scopare e noi, effettivamente, scopiamo.<br />
Le cose, le parole, i dubbi, le verità,  io e te, dopo.<br />
Ora, io e te, facciamo scorrere il tempo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilovequentin.it/2010/01/27/aborigeni/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una notte fredda di gennaio</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2010/01/13/una-notte-fredda-di-gennaio</link>
		<comments>http://www.ilovequentin.it/2010/01/13/una-notte-fredda-di-gennaio#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 12:53:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalle verdi colline di Hollywood]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[culo]]></category>
		<category><![CDATA[dio]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[gennaio]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilovequentin.it/?p=819</guid>
		<description><![CDATA[
Perché proprio non capisco quello che tu mi hai fatto, in una notte fredda di gennaio. Non lo capisco proprio ché sto qui a chiedermelo. Saranno i tuo occhi che si avvicinano, quando facciamo l&#8217;amore, sarà quella testa piegata all&#8217;indietro, sul bordo del letto. Saranno quegli occhi che si avvicinano, che prima erano grandi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/01/luna.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-820" title="luna" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/01/luna.jpg" alt="luna" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Perché proprio non capisco quello che tu mi hai fatto, in una notte fredda di gennaio. Non lo capisco proprio ché sto qui a chiedermelo. Saranno i tuo occhi che si avvicinano, quando facciamo l&#8217;amore, sarà quella testa piegata all&#8217;indietro, sul bordo del letto. Saranno quegli occhi che si avvicinano, che prima erano grandi e lontani ed ora sono piccoli, e si incrociano in mezzo al naso, il mio naso, e mi attraversano. Quando facciamo l&#8217;amore, saranno loro. Sarà il tuo modo di chiamare dio, quando invece sono io. Sarà il modo in cui poi prendi dall&#8217;armadio il pullover da metterti addosso, ché hai freddo, in punta di piedi, dall&#8217;anta più alta, che ti si vede il culo e io penso che lo fai apposta a non trovare il pullover. Io penso che lo fai apposta a farmi vedere il culo. Penso anche che lo fai per me, a prendere il pullover, quello più lontano, in fondo l&#8217;armadio, e ti arrampichi sui mobili e mi fai vedere il culo. Mi piace guardarti, con la luna che ti illumina dalla serranda rotta. Ché piace pure alla luna guardarti, penso. Perché proprio non capisco quello che tu mi hai fatto. Se lo capissi, quello che mi hai fatto, non sarei qui a chiedermelo. Se lo capissi, quello che mi hai fatto, forse non mi piaceresti più. Ti prego, non dirmi mai quello che mi hai fatto in una notte fredda di gennaio. Non mi piaceresti più.</p>
<p>(Foto originale <a href="http://www.flickr.com/photos/maewe/4237130213/" target="_blank">qui</a>)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilovequentin.it/2010/01/13/una-notte-fredda-di-gennaio/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>5</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ci avevo uno scheitbòrd</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2010/01/04/ci-avevo-uno-scheitbord</link>
		<comments>http://www.ilovequentin.it/2010/01/04/ci-avevo-uno-scheitbord#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 15:34:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilovequentin.it/?p=799</guid>
		<description><![CDATA[
Quando ero piccolo erano gli anni ottanta e volevo lo scheitbòrd. Si sa che negli anni ottanta bastava volere una cosa che quella arrivava. Erano belli gli anni ottanta, gli anni della mia gioventù. Io volevo uno scheitbòrd, lo volevo proprio, negli anni ottanta. Un mio compagno di scuola, che ci aveva lo zio americano, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/01/scate.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-803" title="scate" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2010/01/scate.jpg" alt="scate" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Quando ero piccolo erano gli anni ottanta e volevo lo scheitbòrd. Si sa che negli anni ottanta bastava volere una cosa che quella arrivava. Erano belli gli anni ottanta, gli anni della mia gioventù. Io volevo uno scheitbòrd, lo volevo proprio, negli anni ottanta. Un mio compagno di scuola, che ci aveva lo zio americano, gli ha portato dall&#8217;America un bello scheitbòrd, di quelli americani, di quelli belli. Che se ci hai lo zio americano le cose neanche le devi volere più di tanto, manco le devi desiderare, quelle arrivano da sole, dall&#8217;America. E&#8217; il sogno americano, dicono. Il mio compagno di scuola voleva la bicicletta bmx, che negli anni ottanta, la bmx, era come lo scheitbòrd, un sogno, un sogno americano, più grande dello scheitbòrd però, molto più grande. Io, al contrario del mio amico, volevo lo scheitbòrd. Io, al contrario del mio amico, non ci avevo uno zio americano, ma neanche un prozio, un bisnonno, un lontano parente americano. Allora sognavo in piccolo, io. Lo scheitbòrd era il mio piccolo sogno americano.<span id="more-799"></span></p>
<p>Ho comprato lo scheitbòrd dal mio compagno, ché lui voleva la bmx. Ho comprato lo scheitbòrd per cinquemila lire. L&#8217;ho comprato per cinquemila lire italiane. Ho comprato il mio piccolo sogno americano per cinquemila sudatissime lire italiane. Era bello il mio scheitbòrd, bellissimo. Era blu elettrico. Era di plastica dura, con le ruote grosse e rosse che se ci penso ora rassomigliava alla bandiera americana. Io ci uscivo la domenica, col mio scheitbòrd. Ci andavo in piazza, su, al paese, per far vedere ai miei amici quanto bello fosse il mio scheitbòrd. Io ci salivo apposta in piazza, la domenica, ché abitavo in periferia, in fondo al crinale della bassa collina su cui è adagiato il mio paese. Ci andavo per poi tornare a casa, sul mio scheitbòrd, come sulle strade di San Francisco, in discesa, coi dossi.</p>
<p>Io tornavo verso casa. Ricordo ancora quella domenica, come se fosse ieri, anzi, come se fosse oggi. Ricordo ancora quella domenica, quando tornavo verso casa, col mio scheitbòrd, col mio sogno americano sotto i piedi. Ricordo una alfetta grigia metallizzata, con i cerchi in lega, una di quelle macchine tamarre, una di quelle macchine degli anni ottanta, tamarrissime, una di quelle macchine da sogno italiano, ché il sogno italiano è un sogno tamarro, si sa, mica come un sogno americano. Viene giù a tutta velocità l&#8217;alfetta ed io, spaventato dal rumore, sul mio scheitbòrd, mi getto sul bordo della strada. Sul bordo della strada, del brecciolino, del brecciolino tamarrissimo, si infila tra le ruote rosse e grosse del mio sogno americano ed io giù, ruzzolo via dal mio scheitbòrd. Il mio scheitbòrd è lì, solitario in mezzo la strada. Il tamarro sull&#8217;alfetta ci passa sopra con le ruote dell&#8217;alfetta, con le sue ruote tamarrissime da sogno italiano. Il tamarro sull&#8217;alfetta, quella domenica, con le sue ruote tamarrissime, con i cerchi in lega tamarrissimi, ha spezzato in due il mio bellissimo scheitbòrd, il mio scheitbòrd blu con le ruote rosse e grosse. Il tamarro sull&#8217;Alfetta ha spezzato in due il mio sogno americano con il suo tamarrissimo sogno italiano.</p>
<p>Fu in quell&#8217;istante, in quella domenica che ricordo come fosse oggi, che venne infranto il mio sogno americano. Fu quella domenica, col mio sogno americano a pezzi sull&#8217;asfalto, che decisi di non volere mai più un sogno americano. Ché i sogni americani fanno soffrire, mi dicevo. Fu in quella domenica, che ricordo come ieri, che decisi di diventare comunista. Decisi di diventare comunista per non avere mai più un sogno americano. Fu in quella domenica, che ricordo come ieri, che diventai comunista per sempre e mai più volli un sogno americano. Smisi anche di guardare Drive-in alla tv, quella domenica.</p>
<p>(foto <a href="http://www.flickr.com/photos/altuwa/529043914/sizes/l/" target="_blank">originale</a>)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilovequentin.it/2010/01/04/ci-avevo-uno-scheitbord/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>11</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Come Napoli</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2009/12/27/come-napoli</link>
		<comments>http://www.ilovequentin.it/2009/12/27/come-napoli#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2009 20:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[smilze]]></category>
		<category><![CDATA[tette]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilovequentin.it/?p=777</guid>
		<description><![CDATA[
Conosco una smilza, stasera. Ballerina classica e studente di filosofia. Non ha tette, è piatta come una tavola per stendere la pasta, quasi buona per farci le orecchiette sopra. Ha degli occhi grandi, la smilza, marroni, profondi come il cuba libre che bevo e uno sguardo che ti punta come a dire &#8211; &#8220;ebbè, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2009/12/napoli.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-778" title="napoli" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2009/12/napoli.jpg" alt="napoli" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Conosco una smilza, stasera. Ballerina classica e studente di filosofia. Non ha tette, è piatta come una tavola per stendere la pasta, quasi buona per farci le orecchiette sopra. Ha degli occhi grandi, la smilza, marroni, profondi come il cuba libre che bevo e uno sguardo che ti punta come a dire &#8211; &#8220;ebbè, non ho le tette, e allora? Tu il cazzo ce l&#8217;hai?&#8221;. Io a questa domanda, a quel suo sguardo,  mi ritraggo. &#8220;Ok, facciamo che tu non hai le tette ed io non ho il cazzo. A me va bene così.&#8221; &#8211; mi dico. Ha uno sguardo intelligente, la smilza, troppo intelligente per i suoi venti anni. Vent&#8217;anni? E che cristo! Ha il naso piccolo e adunco, ma bello,  la smilza, uno di quei nasi antichi. Ha un colore pallido, il suo viso, di quel pallido da foto sbiadita dal tempo. Ha una pelle che tu non sai, non sai proprio se sia mai stata carezzata da mano d&#8217;uomo, tanto sembra nuova. Ha i capelli corti, la smilza, arruffati, che gettano le sue ossa leggere tra il popolino affamato di una Parigi rivoluzionaria. A me, questo casino delle sue membra e del suo viso, piace. Piace un bel po&#8217;. Mi dà un senso di pace il suo corpo, il suo viso che è un po&#8217; un casino. A me il casino dà un senso di pace, di una cosa che non puoi rovinare con il tuo comportamento stupido e le tue parole sbagliate. &#8220;La tua faccia, il tuo corpo, è come Napoli, un po&#8217;&#8221; &#8211; le dico. Ad una giovane donna, così fragile, puoi dirle e farle quello che vuoi, penso, lei sarà sempre un passo davanti a te, sbagliata e sorridente e tu non puoi farle del male. Lei può farne a te, di male, un casino. Come Napoli.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilovequentin.it/2009/12/27/come-napoli/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Vitina la puttana va coi giostrai</title>
		<link>http://www.ilovequentin.it/2009/12/24/vitina-la-puttana-va-coi-giostrai</link>
		<comments>http://www.ilovequentin.it/2009/12/24/vitina-la-puttana-va-coi-giostrai#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 23:25:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[giostre]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[puttane]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilovequentin.it/?p=772</guid>
		<description><![CDATA[
Abitava vicino casa mia, Vitina. Vitina la puttana la chiamavano. Vitina veniva da Milano e la chiamavano la puttana, la puttana di Milano. Tutte quelle che venivano da Milano, o giù di lì, le chiamavano puttane. Ma Vitina era puttana davvero. Vitina era una bella brunetta. Capelli corti, grandi occhi verdi, e la chiamavano puttana, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2009/12/giostre.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-773" title="giostre" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2009/12/giostre.jpg" alt="giostre" width="520" height="160" /></a></p>
<p>Abitava vicino casa mia, Vitina. Vitina la puttana la chiamavano. Vitina veniva da Milano e la chiamavano la puttana, la puttana di Milano. Tutte quelle che venivano da Milano, o giù di lì, le chiamavano puttane. Ma Vitina era puttana davvero. Vitina era una bella brunetta. Capelli corti, grandi occhi verdi, e la chiamavano puttana, perché veniva da Milano. Vitina era bella. Non era altissima, ma aveva un fisico da paura, capelli corti aveva, e occhi belli aveva, grandi e verdi erano gli occhi di Vitina la puttana. Vitina era la più bella delle puttane che fino ad allora avessi visto. Io ero piccolo, e di puttane, di puttane che venivano da Milano, ne avevo viste poche. Nessuna erano belle come Vitina. Vitina era conosciuta in paese. Vitina era conosciuta anche fuori paese. Dai paesi intorno venivano per vedere Vitina, per stare con Vitina. Venivano i giostrai, alle feste del paese, e venivano per Vitina. E Vitina andava matta per i giostrai e i giostrai andavano matti per Vitina. Vitina dai giostrai non prendeva soldi, prendeva biglietti per il <span>Tagadà</span> e per La Filibusta, la nave dei pirati. E i giostrai andavano in visibilio per Vitina. Vitina andava coi giostrai per andare sulle giostre e noi andavamo alle giostre per vedere Vitina. Anche le giostre giravano solo per Vitina. E la musica, e le luminarie per strada, e la gente vestita a festa, e il santo patrono con la Congrega di San Giuseppe al seguito e i fuochi pirotecnici che fiorivano nella notte erano tutti lì, per Vitina, la puttana di Milano. Poi un giorno Vitina andò via dal paese. Era incinta si diceva. La puttana di Milano era incinta ed è tornata a Milano, si diceva.<br />
Da quel giorno, al paese, niente più festa, niente più giostre e giostrai, niente più santo e fuochi e botti e niente più Vitina. Da quel giorno, quel paese, è morto. Lo ha ucciso Vitina, quel paese, Vitina la puttana.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.ilovequentin.it/2009/12/24/vitina-la-puttana-va-coi-giostrai/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
