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	<title>I Love Quentin</title>
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	<description>&#34;Non è con le chiacchiere che uscirai da questa merda&#34;</description>
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		<title>La mezza stagione.</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 08:39:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Sei la terra profumata che manca sotto i piedi, la fredda risacca del mare che rincorre le caviglie, sei la sabbia calda d&#8217;estate che punge le ginocchia, la palla che rimbalza strana sulle cosce di un bambino per strada. Sei il caldo di cui ho bisogno sotto la pancia. Sei la mezza stagione. Sei la colazione a letto, il caffè caldo, lo zucchero a velo della brioche che imbianca il petto tra le lenzuola del sabato mattina. Sei la frase più bella di Walt Whitman, sei la chitarra all&#8217;inizio di quel pezzo dei Massimo Volume, sei quella notte di maggio a Madrid, il cielo azzurro sopra Berlino, un piano-sequenza di Wim Wenders, il cappello buffo di una maschera di carnevale.<br />
Sei tanto per me e ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sei la terra profumata che manca sotto i piedi, la fredda risacca del mare che rincorre le caviglie, sei la sabbia calda d&#8217;estate che punge le ginocchia, la palla che rimbalza strana sulle cosce di un bambino per strada. Sei il caldo di cui ho bisogno sotto la pancia. Sei la mezza stagione. Sei la colazione a letto, il caffè caldo, lo zucchero a velo della brioche che imbianca il petto tra le lenzuola del sabato mattina. Sei la frase più bella di Walt Whitman, sei la chitarra all&#8217;inizio di quel pezzo dei Massimo Volume, sei quella notte di maggio a Madrid, il cielo azzurro sopra Berlino, un piano-sequenza di Wim Wenders, il cappello buffo di una maschera di carnevale.<br />
Sei tanto per me e a volte non so dove mettere tutto e che fatica tenere insieme il resto della vita.<br />
Se perdo qualcosa di te aiutami a ritrovarla, tienila lì finché non torno. Al tabacchi hanno finito la carta da lettere. Aspettami in piedi, anche stasera. Torno.</p>
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		<title>Te ne sei andata la vigilia di Natale.</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 09:54:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>È un anno esatto che non ci sei più. Te ne sei andata la vigilia di Natale. Il tempo di arrivare su in città per infilare le ultime ore di lavoro, il panettone e il prosecco e gli auguri che tu già non c&#8217;eri più. Dovevi aver qualche problema in testa per mollarmi la vigilia di Natale. Dovevo averne io di problemi se mi hai mollato la vigilia di Natale. Dopo ho provato a rimediare in qualche modo ma non c&#8217;è stato nulla da fare. Io avevo le mie colpe, le solite di ogni uomo. Scarsa attenzione ai particolari, nessuna voglia di rattoppare le ammaccature della vita, notti passate al freddo e giornate a tirare avanti rimandando sempre a domani tanto c&#8217;è tempo e poi ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È un anno esatto che non ci sei più. Te ne sei andata la vigilia di Natale. Il tempo di arrivare su in città per infilare le ultime ore di lavoro, il panettone e il prosecco e gli auguri che tu già non c&#8217;eri più. Dovevi aver qualche problema in testa per mollarmi la vigilia di Natale. Dovevo averne io di problemi se mi hai mollato la vigilia di Natale. Dopo ho provato a rimediare in qualche modo ma non c&#8217;è stato nulla da fare. Io avevo le mie colpe, le solite di ogni uomo. Scarsa attenzione ai particolari, nessuna voglia di rattoppare le ammaccature della vita, notti passate al freddo e giornate a tirare avanti rimandando sempre a domani tanto c&#8217;è tempo e poi quando decidi finalmente che le cose devono cambiare è ormai troppo tardi. Ho provato a rimettere insieme i pezzi, a modo mio, ma la meccanica che ci teneva uniti era roba di altri tempi, di quelle che quando si sfascia non c&#8217;è mano che sappia rimediare e i pezzi di ricambio non li fanno più.</p>
<p>Mi hai lasciato la vigilia di Natale ma io non porto rancore. È grazie a te se sono qui. E&#8217; grazie alle lunghe notti passate insieme a darsi schiaffi in faccia e stazioni radio a tutto volume per tenersi svegli, a parlarsi e a dirsi ce la possiamo fare, ancora un po&#8217;, non fermiamoci ora. E&#8217; lì che ho iniziato a conoscere i miei limiti e anche i tuoi.  Nei pomeriggi d&#8217;estate che quella tua pelle bruna rendeva ancora più caldi e non c&#8217;era modo che brezza di mare entrasse a dar refrigerio, ho capito che la stagione calda andava bene ma un altro inverno no.</p>
<p>Te ne sei andata la vigilia di Natale. È stato grazie a quella rottura brusca che ho deciso di cambiare le cose. Volevo solo dirti che mi manchi e non ti dimenticherò mai, ovunque tu sia, qualunque cosa tu sia ora, Opel Vectra nera del &#8217;92 TA 426397.</p>
<p>* foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/_kic/5343651094/in/photostream" target="_blank">_kic</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La storia di come si ruppe il tempo.</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 09:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Aveva dei pantaloni stretti in vita e indossava una maglietta bianca altrettanto aderente che le metteva in mostra il piccolo seno e le anche sporgenti. Io ero seduto mentre lei si dondolava proprio di fronte alla mia faccia. I capelli erano scuri, non neri, e cadevano sulle spalle da una parte, raccolti in un&#8217;onda precaria che si disfaceva sotto il mio sguardo. Il suo viso ospitava degli occhi grandi e verdi e un naso importante e le labbra, quelle erano giuste, niente da dire. Era alta, me ne accorsi dopo, quando si mosse verso la gente che affollava il vagone del metrò. In media dava ad ognuno una decina di centimetri.  Era indubbiamente bella, pensai, e stava leggendo da un grande quaderno a quadri quelli ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Aveva dei pantaloni stretti in vita e indossava una maglietta bianca altrettanto aderente che le metteva in mostra il piccolo seno e le anche sporgenti. Io ero seduto mentre lei si dondolava proprio di fronte alla mia faccia. I capelli erano scuri, non neri, e cadevano sulle spalle da una parte, raccolti in un&#8217;onda precaria che si disfaceva sotto il mio sguardo. Il suo viso ospitava degli occhi grandi e verdi e un naso importante e le labbra, quelle erano giuste, niente da dire. Era alta, me ne accorsi dopo, quando si mosse verso la gente che affollava il vagone del metrò. In media dava ad ognuno una decina di centimetri.  Era indubbiamente bella, pensai, e stava leggendo da un grande quaderno a quadri quelli che sembravano essere appunti di trigonometria o algebra, non saprei dire con precisione, non me ne intendo molto.</p>
<p>Una ragazza così bella non dovrebbe leggere cose così noiose, pensai.  Una ragazza così bella dovrebbe poter leggere solo romanzi d&#8217;amore o di guerra, magari anche racconti dell&#8217;orrore o storie di fantascienza, avere a che fare con i dubbi dei grandi filosofi, struggersi per le passioni travolgenti di nobildonne russe, stringersi nelle spalle per la tensione di una corrida, prendere parte per il toro o per il torero e altre cose del genere.<br />
Decisi perciò che ragazze così belle dovessero leggere solo cose che possano mettere in risalto i loro lineamenti, cose di sofferenza, gioia o paura per farle indossare le espressioni della vita, perché è da come ti spiegano il mondo sul loro viso che si capisce se ne vale davvero la pena. Niente matematica, insomma. L&#8217;espressione che mette sul viso delle donne la matematica non mi ha mai convinto più di tanto.</p>
<p>Poi pensai che la matematica potesse anche piacerle. lo si poteva intuire dall&#8217;avidità con cui leggeva quegli appunti, forse compiaciuta di averli stilati in maniera così precisa o forse mi stavo sbagliando e non le importava niente. Doveva essere un tipo interessante, azzardai.<br />
Mentre lei leggeva io avevo smesso, investito da tutti  quei pensieri improvvisi. Non risucivo a smettere di guardarla, e la gente intorno se ne era accorta. Lei invece no, non se ne era accorta, immersa com&#8217;era nelle sue cose. Magari anche lei aveva la testa piena di pensieri; un esame imminente, forse un test di ingresso per &#8216;università. Pensai allora alla fortuna dei suoi futuri compagni di corso.  Averla lì tutto il giorno, con quei capelli, quella bocca, gli occhi e tutto il resto, mentre copiava dalla lavagna formule di chimica organica o matematica finanziaria. Sì, dovevano essere decisamente fortunati quelli, potendo raccontare ai lori padri che i soldi per le tasse della retta non erano buttati al vento. Poi pensai che no, non dovevano essere tanto fortunati. Voglio dire, come ero stato mortalmente colpito nella mia attenzione per quello che stavo facendo prima che lei comparisse, anche loro sarebbero stati succubi di quella vicinanza. Anche loro sarebbero inevitabilmente caduti nella trappola dispiegata da quella bellezza e mai se ne sarebbero liberati. Pensai a loro, e non sapevo se considerarli  fortunati o meno per quell&#8217;incontro. Poi decisi che sì, erano davvero fortunati perché potevano permettersi di star lì tutto il giorno a far niente, con la buona scusa di non poter distogliere lo sguardo da quella creatura, mentre tutto il resto continuava a muoversi, mentre lei continuava a fare le sue cose e non le importava niente del mondo e nemmeno di te.</p>
<p>Poi lei scese a San Babila e, con fatica, le cose ripresero ad andare, ma non proprio come prima. Le cose andavano più lentamente, come se qualcuno le avesse messe insieme dopo che fossero cadute in terra ma il lavoro non era stato fatto a regola d’arte. Le cose senza di lei sembravano rattoppate, come mancanti di un pezzo finito sotto un vecchio mobile che nessuno vuole spostare perché chi sa cosa ci si può trovare.</p>
<p>Fu così che si ruppe il tempo, alle nove del mattino tra San Babila e Palestro e nessuno ancora lo ha aggiustato come si deve.</p>
<address>*(foto mia)</address>
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		<title>Pelle allungata</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jul 2011 08:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><strong>(Posizione)</strong><br />
Mi chiese cosa avessi lì, poggiandomi la mano sul fianco sinistro, poco sopra la cresta iliaca.</p>
<p><strong>(Cause)</strong><br />
Le risposi che non era niente ma lei, incuriosita, accese la piccola lampada sul comodino.<br />
S’era fatto scuro da poco in quella estate lenta, e ci eravamo afflosciati sul letto lasciando che il cielo imbrunisse pigramente alla finestra. Era la prima volta che stavamo insieme e non avevo intenzione di turbare la quiete del momento rispondendo a quella domanda inaspettata.  La storia violenta che aveva segnato quella porzione del mio corpo non pareva adatta alla situazione, soprattutto perché c’era lei, un’ex fricchettona sorridente e morbida, ancora con la cavigliera indiana e i sandali.<br />
Lei, incurante della mia reticenza, proseguì l’ispezione di quella parte anatomica con cura, toccando ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(Posizione)</strong><br />
Mi chiese cosa avessi lì, poggiandomi la mano sul fianco sinistro, poco sopra la cresta iliaca.</p>
<p><strong>(Cause)</strong><br />
Le risposi che non era niente ma lei, incuriosita, accese la piccola lampada sul comodino.<br />
S’era fatto scuro da poco in quella estate lenta, e ci eravamo afflosciati sul letto lasciando che il cielo imbrunisse pigramente alla finestra. Era la prima volta che stavamo insieme e non avevo intenzione di turbare la quiete del momento rispondendo a quella domanda inaspettata.  La storia violenta che aveva segnato quella porzione del mio corpo non pareva adatta alla situazione, soprattutto perché c’era lei, un’ex fricchettona sorridente e morbida, ancora con la cavigliera indiana e i sandali.<br />
Lei, incurante della mia reticenza, proseguì l’ispezione di quella parte anatomica con cura, toccando e continuando a chiedere quale fosse l’origine di quel taglio. Io, intanto, cercavo di prendere tempo poggiando le mie dita sopra le sue, spostandole su zone di pelle meno accidentate, come a volerla preservare da un possibile contagio. Nonostante questo mio tentativo, il suo sguardo indugiava. Per togliermi dall’imbarazzo di quella indagine, mi voltai sul fianco, tentando di nasconderle il danno.<br />
Quel movimento, che nelle mie intenzioni doveva essere un diversivo, aumentò invece la sua curiosità, quasi come se quell’escrescenza fosse una specie di palla di cristallo, un oracolo in grado di svelare tutto il nostro tempo a venire, se mai ce ne fosse stato. Cedetti a quell’insistenza confessandole che era stata la punta di un coltello a sfregiarmi.</p>
<p>Dopo quella inaspettata rivelazione, mise sul volto un’espressione di dispiacere e sdegno, forse per sottolineare la puerilità del caso. Immaginavo trovasse riprovevole e stupido chi si lasciasse coinvolgere in quel genere di affari, qualunque essi fossero. Sentivo il peso di quel giudizio calare tra le nostre teste vicine. Furono però i suoi modi timidi e gentili a far durare il mio imbarazzo giusto il tempo di provare a tirar fuori una giustificazione. Le dissi che quel taglio me lo ero procurato per difendere un’amica, quasi come se impastare le parole con un’atmosfera da romanzo d’appendice potesse togliermi la puzza di guappo che mi ero messo addosso. Dal suo sospiro capii che quella mossa non aveva intaccato per nulla il suo giudizio, anzi, sentivo appesantirsi il lieve sconforto che leggevo nel suo sguardo. Le raccontai della ragazza, delle coincidenze di tempi e luoghi che ci fecero incontrare, del pomeriggio passato nella città vecchia, della cena tra i vicoli dietro al porto, del vino bianco, fresco e traditore, delle parole di troppo che spesso volano tra i tavoli da sparecchiare, di quella lama tirata fuori senza senso e usata allo stesso modo. Le dissi anche che non ebbi paura, non ce ne fu il tempo. In cambio di quel coraggio prestatomi dal caso, ora potevo vantare una storia romantica e una ferita di guerra.</p>
<p>Lei continuava  nel suo silenzio. Io mi convinsi che fosse a causa della pietà che provava nei miei confronti, del tipo di quella che si può sentire per i bambini che rovesciano una pentola d’acqua bollente marchiandosi a vita per eccesso di curiosità e di slancio verso il mondo. In verità, sapevo che quelle labbra serrate erano il frutto di una inconsapevole gelosia.<br />
Tra i nostri corpi era comparsa una stagione passata che assomigliava molto a quella che stavamo vivendo insieme e con essa fu vivo il timore che sarebbe finita ugualmente, con il racconto d’asporto di una storia in cui i figuranti si sarebbero divisi poco dopo e almeno uno dei due avrebbe portato con sé una ferita.</p>
<p><strong>(Conseguenze</strong>)<br />
Dopo quel pomeriggio passato insieme ce ne furono altri. Le giornate scorrevano in un crescendo molle di ore comuni, dove ognuno cercava di aggiustare la propria vita sui tempi altrui. Si facevano progetti di indifferente casualità per far precipitare il lavoro e l’abitudine ai margini di quel pasticcio di novità che è l’amore alle prime armi. Vennero poi altre stagioni ed altre estati da passare insieme. Non ci fu più la necessità di imbastire racconti su quel taglio, né ci fu l’occorrenza penosa di posare ancora le mani su ferite di cui non si conoscesse reciprocamente l’origine e il decorso.</p>
<p>Poi, come spesso accade, le stagioni finirono, perse dietro l’incapacità di trovare altri racconti che riempissero le porzioni d’aria tra le nostre bocche ormai chiuse. Finì quell’insistenza di mani che sfioravano la pelle, forse per troppa conoscenza, e furono sempre meno le parole dette per scavare la luce fioca del tardo pomeriggio. Si perse anche quello sguardo che imbarazza senza giudicare.<br />
Appresi così che gli amori si chiudono spesso con il desiderio impossibile di mostrare cento vecchie ferite di cui poter raccontare la storia inventata, perché ogni cicatrice è solo pelle tesa a unire due vite che respirano vicine.</p>
<p>(immagine originale, <a href="http://www.flickr.com/photos/lelinaaa/3973855679/">qui</a>)</p>
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		<title>Finché non resta niente.</title>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2011 19:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ad un certo punto capisci di aver perso un sacco di tempo perché hai sempre cercato nel posto sbagliato le cose sbagliate. Le cose buone e belle, quelle giuste per te, il tempo esatto, i pensieri lisci. Ti convinci che siano belli gli animali scolpiti nelle fontane di alabastro che zampillano acqua nei giardini arabi, quelli che appaiono per consonanza con il resto, o che risaltano per contrasto in mezzo allo scuro delle piazze cittadine. Poi, un bel giorno, ti accorgi che l&#8217;amore non sta lì di casa, da mai. L&#8217;amore sta nelle cose inesatte, in quelle storte, in quelle che non c&#8217;entrano niente. Ti sorprendi, così, d&#8217;un tratto, ad ammirare gli esseri pallidi dei fondali marini, quelli senza occhi perché non ne hanno bisogno, ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ad un certo punto capisci di aver perso un sacco di tempo perché hai sempre cercato nel posto sbagliato le cose sbagliate. Le cose buone e belle, quelle giuste per te, il tempo esatto, i pensieri lisci. Ti convinci che siano belli gli animali scolpiti nelle fontane di alabastro che zampillano acqua nei giardini arabi, quelli che appaiono per consonanza con il resto, o che risaltano per contrasto in mezzo allo scuro delle piazze cittadine. Poi, un bel giorno, ti accorgi che l&#8217;amore non sta lì di casa, da mai. L&#8217;amore sta nelle cose inesatte, in quelle storte, in quelle che non c&#8217;entrano niente. Ti sorprendi, così, d&#8217;un tratto, ad ammirare gli esseri pallidi dei fondali marini, quelli senza occhi perché non ne hanno bisogno, che stanno acquattati sotto la sabbia, da sempre in attesa, che non hanno ragione di essere se non per il fatto che siano lì. L&#8217;amore sta perciò nell&#8217;imperfezione, nel naso storto che ti cresce in mezzo la faccia, nelle strade sbagliate della domenica mattina, nei giorni con le ore contate per stare insieme, nel frigo vuoto, nel liquore versato sul divano che appiccica la pelle, la tua e la mia. Insomma, l&#8217;amore sta in quelle cose che non dovrebbero essere eppure sono, nonostante tutto. Sorridimi, allora, con i tuoi denti affilati, con le labbra di serpente, perché io e te non siamo cose da aggiungere, ma cose da cancellare finché tutto è finito, finché non resta niente di me e di te e nessuno può dire se sia giusto o sbagliato quello che fai. L&#8217;amore è una animale strano, a cui solo tu credi, che solo tu vedi, e sta nel buio, in fondo al mare.</p>
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		<title>Carta da musica e suono di bilancia</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Apr 2011 07:45:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[schegge]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Don Antò, voi lo sapete, io non so fare molto, il mestiere mio è la musica, quella capisco. L’ho imparata da mio nonno, primo clarino al teatro San Carlo. Voi siete un poeta, invece, uno che ha studiato e ci sa fare con le parole. Siamo due che nella guerra possiamo combinare poco, se non nulla. Io tengo paura pure del vento leggero che scende alla sera da Capodimonte, figuriamoci di quest’aria insopportabile mischiata di piombo, polvere e fuoco. Da soli non possiamo fare niente in questa confusione, al massimo comporre una marcetta. Non ridete Don Antonio, sto parlando seriamente. Pure una canzone può aiutare a fare la guerra a chi altro non tiene.</p>
<p>“Femmine, voi che tenete uomini, nascondeteli” è stata l’ultima voce gridata ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Don Antò, voi lo sapete, io non so fare molto, il mestiere mio è la musica, quella capisco. L’ho imparata da mio nonno, primo clarino al teatro San Carlo. Voi siete un poeta, invece, uno che ha studiato e ci sa fare con le parole. Siamo due che nella guerra possiamo combinare poco, se non nulla. Io tengo paura pure del vento leggero che scende alla sera da Capodimonte, figuriamoci di quest’aria insopportabile mischiata di piombo, polvere e fuoco. Da soli non possiamo fare niente in questa confusione, al massimo comporre una marcetta. Non ridete Don Antonio, sto parlando seriamente. Pure una canzone può aiutare a fare la guerra a chi altro non tiene.</p>
<p>“Femmine, voi che tenete uomini, nascondeteli” è stata l’ultima voce gridata dai bassi, a rimbalzo di balcone in balcone. I tedeschi cercano gli abili alla guerra per portarli nei campi di lavoro in Germania. I gentiluomini come noi sono finiti sotto l’asfalto, nelle cantine come i topi e le donne sono rimaste sopra, a fare la guardia, a cercare un poco da mangiare per sfamare figli, mariti e fratelli. Che tempi sono questi, Don Antò? Qua sotto, nelle viscere del sottosuolo, stiamo come i morti sepolti di fresco, in attesa di un segno dall’alto, di un fiore, di una preghiera, di un pianto. A Napoli è sempre stato il contrario. Gli uomini chiedevano ai santi e i santi regalavano benedizioni, soldi e salute. La guerra scambia il buio con la luce, il sopra con il sotto, i vivi coi morti e pure i maschi con le femmine. Anche il suono della guerra è tutto un confondersi, Don Antò. Il rombo delle bombe tedesche si intreccia con l’artiglieria alleata, il respiro trattenuto di un uomo che ha paura e si nasconde si allarga vicino a quello di chi ha la mano armata e attende il tempo giusto per l’agguato, lo sbattere dei piedi di chi scappa si incrocia con quello di chi corre incontro ai blindati.</p>
<p>Don Antò, ora si sente la città che inizia a mormorare, come fa il  mare quando il Vesuvio si scalda. È il rumore cupo del popolo che si alza, un grosso di bocche che incitano prima in silenzio per poi salire di tono, uno sbalzo di pressione che fa tremare la carne più dei colpi di cannone e che rimbomba sotto le case e si alza potente, a smuovere i corpi e le coscienze di tutti a venir fuori dai nascondigli. Adesso, questo subbuglio, questo movimento che nasce dalla confusione, si sta trasformando in canto, in opera lirica con orchestra d’archi, ottoni e tamburi, con il coro della gente che per una volta s’è intonato con le voci soliste, tutte che vogliono farsi sentire perché è da troppo tempo che se ne stanno schiacciate nello stomaco. Don Antò, la gente si è armata e fa le barricate in strada, le milizie fasciste son sparite, a via Foria ci sono i tram di traverso, al Vomero tagliano i platani per bloccare i carri armati, gli studenti assaltano le caserme e si organizzano all’Università, ai Quartieri piove mobilia sulle colonne naziste come se fosse l’ultimo dell’anno e gli alleati sono alle porte. Il popolo si è rivoltato, Don Antonio, e noi abbiamo una grossa responsabilità, che è quella di dare una direzione a questo furore trovando l’accompagnamento giusto per vincere ’sta maledetta guerra. Badate, Don Antò, non è cosa da poco dare il ritmo all’incedere delle armi, soprattutto quando non c’è un esercito disciplinato a portarle ma un popolo stanco e arrabbiato riunito in rivolta. Ci sta una musica che mi piace assai, con un ritmo solenne ma non triste, robusto nella struttura ritmica ma anche leggero, che si muove come le onde del mare quando si avvicinano alla spiaggia.</p>
<p>Le parole sono straniere e non le capisco, francesi forse, e suonano così: “Alle sanfan de la patrì le giur de glorie è arrivè”.  Dice che ci stanno pure i francesi con gli americani che sono sbarcati a Salerno. Voi lo conoscete il francese, Don Antò? Trovate carta e penna, saranno i vostri strumenti di battaglia, mentre il mio sarà la fisarmonica. Mettete su questi accordi le vostre rime, fatele facili da ricordare, in italiano, anzi no, in napoletano, così tutti le possono capire e cantare. Devono essere parole che mettono coraggio a chi non ce l’ha e che lo fanno venire doppio a chi ha già il cuore forte, roba da far scetare pure i morti come noi, Don Antò. Ora pigliamo in prestito questa musica che quando i tedeschi se ne vanno e arrivano i francesi gliela restituiamo più bella di come ce l’hanno data e magari ci fanno pure l’applauso, ché certe volte la carta della musica e il suono della bilancia valgono più del pesce che incartano*.</p>
<p>Perugia, 15 Marzo 2011</p>
<p>-</p>
<p><em>* Me stai dann’ tutta carta e musica e suone e valenza</em><em> si riferisce all’usanza per cui i pescivendoli incartavano la merce con spartiti musicali, fatti di carta spessa e pesante e per cui i compratori lamentavano inganni sul prezzo.</em></p>
<p><em></em><em></em>Ho preso in prestito l&#8217;ispirazione e il colore della lingua di questa narrazione dalle pagine de Il giorno prima della felicità<em>, di Erri De Luca. L&#8217;opera racconta, tra le altre cose, la resistenza del popolo napoletano alla scellerata e crudele occupazione nazista durante le quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) che portarono alla liberazione della città e all&#8217;ingresso trionfale delle truppe alleate. Altro ho rubacchiato al film di Nanni Loy, </em>Le quattro giornate di Napoli<em>.</em></p>
<p>-</p>
<p>Questo racconto fa parte della raccolta Schegge di Liberazione, un ebook sulla Resistenza collaborativo e gratuito, pubblicato online e anche realizzato in versione cartacea. Potete trovarlo <a href="http://scheggediliberazione.wordpress.com/info/">qui</a>.</p>
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		<title>Dioritmo.</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 2011 08:09:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalle verdi colline di Hollywood]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo post a Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/03/toast.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1524" title="toast" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/03/toast.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>Sogno la sveglia che suona. Sogno che mi sveglio. Ho ancora qualche minuto, mi riaddormento, tanto è un sogno. A chi non è mai capitato almeno una volta? Mi risveglio di soprassalto (oddio, soprassalto) consapevole che la sveglia ha suonato per davvero. Un classico. Guardo l’orario e sono in ritardo spaventoso per il lavoro. Bestemmio e mi rassegno contemporaneamente all’evidenza ma intimamente me ne fotto. Esco sconsolato dalle coperte, stanco, eppure ieri sera non ho fatto particolarmente tardi, sarà che non ho metabolizzato ancora il cambio d’ora. Sarà quello, mi dico.</p>
<p>Mi dirigo verso la macchinetta del caffè, la metto a scaldare e intanto tengo d’occhio l’orologio a muro, accorgendomi che non ho guadagnato tempo, anzi. Nel frattempo guardo fuori dalla finestra e mi chiedo, ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/03/toast.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1524" title="toast" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/03/toast.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>Sogno la sveglia che suona. Sogno che mi sveglio. Ho ancora qualche minuto, mi riaddormento, tanto è un sogno. A chi non è mai capitato almeno una volta? Mi risveglio di soprassalto (oddio, soprassalto) consapevole che la sveglia ha suonato per davvero. Un classico. Guardo l’orario e sono in ritardo spaventoso per il lavoro. Bestemmio e mi rassegno contemporaneamente all’evidenza ma intimamente me ne fotto. Esco sconsolato dalle coperte, stanco, eppure ieri sera non ho fatto particolarmente tardi, sarà che non ho metabolizzato ancora il cambio d’ora. Sarà quello, mi dico.</p>
<p>Mi dirigo verso la macchinetta del caffè, la metto a scaldare e intanto tengo d’occhio l’orologio a muro, accorgendomi che non ho guadagnato tempo, anzi. Nel frattempo guardo fuori dalla finestra e mi chiedo, ancora instupidito, come è che sia ancora così buio. Bah, mi rispondo, sarà sempre quella cosa del cambio d’ora. Fa un insolito freddo.</p>
<p>Accendo la tivù. Corradino Mineo è lì, come sempre, o quasi, a parlare della guerra in Libia, con il suo fare simpatico e i suoi occhialetti che si dividono in mezzo e poi si riattaccano alla bisogna. Mi piace, mi rassicura. Non ho messo in carica l’iPhone. Controllo il livello della batteria, quarantacinque percento, non male, sono soddisfatto, ci giochicchio un po’, in barba al ritardo. Tanto, ormai.</p>
<p>Nel frattempo vengono fuori i toast dal mio splendido tostapane che stampa, quasi a rilievo, un teschio bruciacchiato sulla superficie del pane integrale del Mulino Bianco. Un segno di quotidiana e pacata ribellione al sistema. Alla vista dell’opera d’arte mi emoziono come un bambino di fronte alla vasca dei pinguini del bioparco e scatto una foto che metto su Instagram. Tanto, ormai. Mentre imburro le fette ancora calde, con la coda dell’occhio seguo le impietose lancette dell’orologio, non ho guadagnato tempo, anzi. Corradino Mineo parla degli sbarchi a Lampedusa.<span id="more-1521"></span></p>
<p>Dopo il caffè vado in bagno, con la solita sacralità e anzi, in balìa di una lettura anarchica dei miei doveri civici di lavoratore, per regalarmi ancora maggior gratificazione, in barba allo scandaloso ritardo, porto con me l’aggeggio elettronico multimediale per vedere se qualcuno ha messo un like sulla foto del pane tostato. Nessuno.</p>
<p>Dopo le abluzioni di rito preparo il borsone per la palestra e penso ai vestiti da indossare cercando di interpretare la temperatura esterna e le sue possibili evoluzioni. Ho tutto a portata di mano sullo stendi panni e tutto è pulito e profuma di sapone di Marsiglia. La cosa mi mette quasi di buon umore. I movimenti per la vestizione sono ormai collaudati e ridotti al minimo indispensabile. All’ultimo inforco il portafogli, gli spicci per il caffè alla macchinetta dell’ufficio, l’orologio da polso (guardo l’ora, sempre più indifferente al ritardo). Ho dimenticato le caramelle, maledizione.</p>
<p>Scendo in strada e l’aria è particolarmente rigida. Strano, mi dico. Le auto sono coperte di brina, ma il sole sta salendo e sarà una bella giornata. Non mi preoccupo. Salgo sulla mia macchina e l’orologio al quarzo mi regala, mosso quasi da umana pietà, una speranza inattesa di non essere in drammatico ritardo. Ricordo dopo poco che ho dimenticato di aggiornarlo all’ora legale. Ritorno così a sprofondare in una finta angoscia da buon cittadino.</p>
<p>Il traffico è regolare, se non fosse per un eccesso di genitori che accompagnano i loro pargoli a scuola, ma non ci faccio caso, non intralciano più del dovuto e poi, tanto, ormai. Trovo parcheggio sulla solita via, quasi a metà della salita. Poteva andare meglio ma anche peggio. Mi avvio per la solita strada che ormai non regala più particolari emozioni. Prendo il solito saccostino glassato farcito al cacao che la fornaia mi tiene da parte, con ammirevole dedizione, ogni mattina. Grazie, ciao. Il ciao è di quelli con la “o” lunga che denota ormai una certa intimità. Neanche guardo l’ora salendo con l’ascensore. Tanto, ormai. Suono il campanello per farmi aprire, nessuno risponde. Sfodero le chiavi, apro la porta blindata dell’ufficio, timbro il cartellino (e già, il cartellino). Non c’è nessuno. Strano, dico. Accendo il pc e cazzo, l’illuminazione. Sono in anticipo di un’ora. Vabe’, comunque in ritardo sull’anticipo di un’ora. L&#8217;abitudine.</p>
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		<title>Come indossare un cappotto di pelliccia di cammello in estate.</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Mar 2011 19:55:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>C&#8217;ho il nervosismo, quello del tempo che passa, quello che lei in questo tempo non c&#8217;è, quello che ti prende alla sprovvista la mattina presto e non te lo togli di dosso per tutta la giornata, quello dei film visti e rivisti, della cucina per non pensare, della musica hardcore allo stereo, del mi faccio la barba e i capelli e il caffè, del mi vesto bene e resto seduto sul divano, quello di un&#8217;altra sigaretta, dell&#8217;adesso la chiamo ma no non la chiamo, del nervosismo che mi mette nervosismo, del pensiero fisso, del che non me lo ricordo l&#8217;ultima volta che ero così nervoso avrò avuto vent&#8217;anni, dell&#8217;ultima volta che ho avuto vent&#8217;anni, quello che me lo faccio passare ma come, sì, una birra ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;ho il nervosismo, quello del tempo che passa, quello che lei in questo tempo non c&#8217;è, quello che ti prende alla sprovvista la mattina presto e non te lo togli di dosso per tutta la giornata, quello dei film visti e rivisti, della cucina per non pensare, della musica hardcore allo stereo, del mi faccio la barba e i capelli e il caffè, del mi vesto bene e resto seduto sul divano, quello di un&#8217;altra sigaretta, dell&#8217;adesso la chiamo ma no non la chiamo, del nervosismo che mi mette nervosismo, del pensiero fisso, del che non me lo ricordo l&#8217;ultima volta che ero così nervoso avrò avuto vent&#8217;anni, dell&#8217;ultima volta che ho avuto vent&#8217;anni, quello che me lo faccio passare ma come, sì, una birra di certo aiuta, quella del chissà dove sei, con chi sei, dell&#8217;adesso esco, della prima volta che ti ho baciato, dei minuti convulsi prima del derby,  insomma, quel nervosismo che fa sparire tutto il mondo, come se indossassi un cappotto di pelliccia di cammello in estate, come fare la doccia con la maschera e il boccaglio, come vivere le giornate sotto l&#8217;orizzonte dipinto di una scenografia teatrale che appena ti giri ci sbatti il naso, come quella cosa lì che tutti chiamano amore e io non so, non so come chiamare e un po&#8217; me ne vergogno.</p>
<p>(foto originale <a href="http://www.flickr.com/photos/ale2000/4811747952/sizes/l/in/photostream/">qui</a>)</p>
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		<title>Ci son molti colori e poi.</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 14:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ultimo post a Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ci sono momenti, come questo, che vorrei fare delle cose come fotografare gli inutili dettagli della vita per far capire ai passanti quanto i dettagli siano importanti, il rosso acceso e il verde smeraldo, o disegnare ad olio il corso di un fiume senz&#8217;acqua e con le pietre bianche, solo per dire ai pescatori di tornare a casa. Vorrei attaccare bottone con la gente per poi andar via frettolosamente come se fossi in ritardo per prendere un treno grigio che non esiste. Vorrei anche uccidere il venerdì, sputare in cielo e dire che piove, andare per andare, sragionare, leccare il collo delle donne coi capelli scuri, mangiare e bere fino a star male, negare l&#8217;evidenza, piangere anche. Poi basta, non vorrei fare altro per oggi....</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono momenti, come questo, che vorrei fare delle cose come fotografare gli inutili dettagli della vita per far capire ai passanti quanto i dettagli siano importanti, il rosso acceso e il verde smeraldo, o disegnare ad olio il corso di un fiume senz&#8217;acqua e con le pietre bianche, solo per dire ai pescatori di tornare a casa. Vorrei attaccare bottone con la gente per poi andar via frettolosamente come se fossi in ritardo per prendere un treno grigio che non esiste. Vorrei anche uccidere il venerdì, sputare in cielo e dire che piove, andare per andare, sragionare, leccare il collo delle donne coi capelli scuri, mangiare e bere fino a star male, negare l&#8217;evidenza, piangere anche. Poi basta, non vorrei fare altro per oggi.</p>
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		<title>Nello stomaco di una vedova groenlandese.</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 14:37:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quentin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Planet Terron]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/02/groenlandia.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1484" title="groenlandia" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/02/groenlandia.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>E&#8217; da tempo ormai che faccio cose che non voglio fare. Ho questa cose delle cose che non voglio fare che veramente è così penosa da togliermi l&#8217;appetito. Io, che una cosa non la voglio fare, la capisco dall&#8217;assenza di appetito. Il mio appetito lo sento che se ne sta lì sotto, schiacciato dalle cose che non voglio fare e si muove in fondo allo stomaco, scalpita, spinge per uscire, per venire su, ché l&#8217;appetito è una cosa viva che se ne sta sotto alle cose morte che non voglio fare.</p>
<p>Sepolto sotto questo cumulo di cadaveri di cose che non voglio fare, il mio appetito è lontano, come fosse in un altro stomaco. Il mio appetito, quindi, non è che non ci sia, è ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/02/groenlandia.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1484" title="groenlandia" src="http://www.ilovequentin.it/wp-content/uploads/2011/02/groenlandia.jpg" alt="" width="520" height="170" /></a></p>
<p>E&#8217; da tempo ormai che faccio cose che non voglio fare. Ho questa cose delle cose che non voglio fare che veramente è così penosa da togliermi l&#8217;appetito. Io, che una cosa non la voglio fare, la capisco dall&#8217;assenza di appetito. Il mio appetito lo sento che se ne sta lì sotto, schiacciato dalle cose che non voglio fare e si muove in fondo allo stomaco, scalpita, spinge per uscire, per venire su, ché l&#8217;appetito è una cosa viva che se ne sta sotto alle cose morte che non voglio fare.</p>
<p>Sepolto sotto questo cumulo di cadaveri di cose che non voglio fare, il mio appetito è lontano, come fosse in un altro stomaco. Il mio appetito, quindi, non è che non ci sia, è solo altrove, come se fosse l&#8217;appetito di un altro. Ora, anche questa cosa che io ho l&#8217;appetito di un&#8217;altra persona, magari di qualcuno che abita lontano da qui e che neanche conosco, un po&#8217; mi preoccupa. Cioè, io ho questo appetito sconosciuto dentro di me e penso sia una cosa che preoccuperebbe un po&#8217; tutti. Metti il caso questo appetito vien fuori mentre sto parlando con un cliente o sono allo sportello delle poste. Può capitare, no? E&#8217; pur sempre l&#8217;appetito di un altro, non il mio, e non ho certo il potere di controllare le cose non mie che mi stanno nel corpo. Stessimo parlando del mio appetito, ok, saprei come gestirlo, come placarlo, un panino al prosciutto, un pezzo di torta di mele e via. Ma no, l&#8217;appetito che mi scuote le pareti dell&#8217;addome, ora, in questo preciso istante, non è il mio, è quello di un altro, magari di un cinese.</p>
<p>Metti, nella peggiore delle ipotesi, che mi sia capitato l&#8217;appetito di un vecchio pakistano o quello di una vedova della Groenlandia. Cosa ne so cosa mangia un vecchio pakistano? E una vedova della Groenlandia? A mala pena so dov&#8217;è la Groenlandia, figuriamoci se so cosa mangia una vedova di quelle parti lì. Ma mettiamo pure il caso io lo sappia, che magari son fortunato e mi è capitato un appetito di un aborigeno australiano e qualche giorno fa ho letto che gli aborigeni australiani mangiano con passione la carne di dingo. Mettiamo mi sia andata così bene, che son quelle fortune che capitano quasi mai nella vita, che sono all&#8217;ufficio postale per spedire un pacco e inizia a venirmi su questo languorino che pian piano, mentre compilo i dettagli della spedizione, vien fuori sempre più insistente e cresce, cresce, cresce fino a diventare un incontrollabile ed animalesco impulso di azzannare una succulenta bistecca di dingo. Ora, sempre ammettendo che riesca ad avere la lucidità per gestire questa spiacevole situazione e, contemporaneamente, spedire il mio pacco, il solo fatto di dover pensare a dove posso trovare carne di dingo al centro di Perugia, mi mette un’ansia da uccidermi.</p>
<p>Secondo me, alla fine, questa cosa dell’ansia di non trovare la carne di dingo a Perugia è una cosa buona, un meccanismo naturale di sopravvivenza racchiuso nel cervello ed è proprio grazie a questo meccanismo che faccio le cose che non voglio fare e per cui ho ancora un lavoro.</p>
<p>(foto originale <a href="http://www.flickr.com/photos/lorentxoportularrume/3234040429/">qui</a>)</p>
<p>***</p>
<p>&#8220;Il piatto nazionale groenlandese è il <em>suaasat</em>, carne di foca bollita con riso e cipolle. Altra  specialità è il <em>mattak</em>,  pelle di balena con un sottile strato di grasso, si mangia cruda tagliata a quadratini&#8221; (da <a href="http://www.colonialvoyage.com/ricette/it/groenlandia/index.html">qui</a>) .  Direi che il dingo, in confronto, non è poi tanto male.</p>
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