Al primo sole

26 maggio, 2010

ruscello

Il sole è netto, tondo e preciso e sta a tre quarti di cielo sopra la valle. E’ il primo sole dopo settimane di pioggia e nuvole scure che ci hanno costretto dietro le finestre. L’ombra della vecchia abazia scurisce la mezza collina sottostante. Siamo decisi a goderci questo caldo inaspettato senza risparmiarci. Le scarpe sbagliate e i pantaloni lunghi e scuri ci danno impiccio. Abbiamo tirato via le maglie perché questo sole va ringraziato per il regalo che ci sta facendo. Ci facciamo carezzare volentieri dal vento e carezze sono anche i rami bassi dei pini che ci vengono incontro sul petto mentre percorriamo il sentiero. Le dita affusolate dei cespugli di ginestra sono delicate sulle nostre spalle e piacevole è l’odore tutto intorno. L’occhio curioso, non più abituato alla nudità, è affascinato dal rosso dei leggeri graffi che le piante disegnano sulla carne inbiancata dall’inverno cittadino.

Sudati per la salita iniziale, abbiamo gioito e goduto in silenzio nel cambio di pendenza di quel tratturo poco battuto che senza parlarci abbiamo deciso di imboccare. Scendiamo verso il fondovalle, su pietre malferme, con il peso del corpo a monte e i piedi di traverso. Scendiamo come mille volte avevamo fatto da bambini, ognuno per conto suo, ricordandoci come si faceva e sorridendo di quella improvvisa necessità che ci sbatteva indietro negli anni e lontano nei chilometri. Io vado avanti e mi atteggio ad uomo. Tu un passo indietro, mai di più. Ogni tanto mi volto e mi meraviglio della tua presa sicura sul terreno e allora cerco le traiettorie più efficaci, non quelle più facili, come converrebbe, mentre tu mi stupisci ogni volta con un percorso diverso dal mio, più naturale, più creativo, più bello. Scendiamo di fianco e uguali all’acqua piovana che solca il terreno argilloso dopo le lunghe piogge dei giorni scorsi. L’acqua ti assomiglia. Tu sei più acqua di me, e si vede. Scendiamo allora leggeri e incuranti per congiungerci e mischiarci ad altra acqua. Scendiamo verso l’acqua per scambiare i racconti del tragitto percorso con altro liquido che viene chissà da dove, di là, oltre il monte.

Arrivati in basso, al rivolo che spezza in due l’aria della vallata, ti sei chinata e bagnata la fronte calda e i capelli neri. Ti sei messa a parlare con l’acqua, mi dicevo. Poi, d’un tratto, sotto il mio sguardo incredulo, ti sei versata nella corrente e sei andata via e a nulla è valso chiamarti e cercarti con gli occhi, acqua diversa nel fiume uguale. Sei acqua e io lo sapevo. Sei scivolata via verso il mare lontano e io con le scarpe incollate a terra, pesante, sono rimasto lì. Tu sei acqua e io lo sapevo. Avrei dovuto tenerti, quando potevo, in una vasca o tra le mani o in bocca e poi avrei dovuto berti, per tenerti, ma non avevo sete, avevo altro per la testa. Sto qui ancora qualche istante, sulla roccia levigata, a guardare il ruscello, nella speranza che ripassi quell’acqua che ti somiglia. Poi, ancora un po’, e vado via.

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Roma a mano armata

18 maggio, 2010

Roma a mano armata

Io non lo so mica come arrossisce una donna
le donne mi arrossiscono di spalle
le donne mi arrossiscono retro
mi si arrossano in volto e io no,
non posso guardarle
sono la poltrona su cui sono comodamente spalmate,
il loro culo sul mio ventre, basso
le loro braccia sulle mie braccia, basse
la schiena sul mio petto
un petto mastodontico, infinito, avvolgente

Io sussurro parole d’amore al loro lobo
Mi fai arrossire, loro
Ti voglio vedere, io
No, non puoi
Perché non posso?
Perchè tu sei la mia poltrona
E allora? Una poltrona non può vedere arrossire una donna?
Silenzio! Sto vedendo un film!
Che film?
Roma a mano armata
Bello?

Vado a pisciare
Ma poi torni?
No, non penso
Mi ami?
Come prima
Come quando ci siamo conosciuti vuoi dire?
No, come prima prima
Cioè?
No, non penso

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Una cosa che non c’entra nulla

17 maggio, 2010

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Un giorno di alcuni anni fa era di Febbraio e sono diventato architettura. Io sono sempre voluto diventare architettura ché le cose costruite, soprattutto quelle belle, quelle grandi e luccicanti, a me piacciono un sacco. E’ incredibile come facciano a stare poggiate sulla terra quelle cose costruite dai grandi architetti, che io piuttosto le vedrei volare in cielo perché le cose belle io, me le immagino sempre che sono leggere e al minimo vento te le ritrovi sulla testa, quelle cose lì, dicevo, sarei voluto diventare come loro.

Vedevo queste cose perfette, e dentro ma anche fuori a queste cose, e tutto intorno a queste cose la gente seduta ai bordi delle fontane, nelle giornate di sole, con i bambini che giocano a rincorrersi, sorridenti, e il chiosco dei gelati e quello con le limonate fresche a portata di mano che non dovevi fare neanche la fila. Io volevo essere come quelle cose lì perché le consideravo belle davvero e non solo belle da guardare, ma anche utili perché, le cose costruite, le architetture, non sono solo belle che uno le guarda, come un quadro o una scultura, ma le usa anche, le abita, le vive. Anche io volevo essere vissuto come una cosa bella, vissuto da gente allegra, trapassato dal sole, trasparente, leggero.

Quel giorno di febbraio, quel giorno di alcuni anni fa, quando diventati architettura, io me lo immaginavo così, un giorno felice, un giorno in cui la bellezza si sarebbe impadronita di me e la felicità pure. Quel giorno, che capitava di febbraio, invece, io mi feci architettura infelice, mi trasformai in un angolo. Tra le tante cose che avrei potuto essere diventai angolo. Diventai angolo di una stanza buia, sottoterra, di quelle con i neon accesi anche di mattina e mi feci angolo, mi feci angolo di una stanza dalle pareti dipinte nocciola, mi feci angolo dalla parte opposta dove usciva quella barella con un corpo coperto da un lenzuolo bianco. Mi feci angolo con le mani sul volto e piansi e mi feci architettura perché dentro non avevo più niente, ero solo angolo, cemento, intonaco e lacrime.
Presto le lacrime si asciugarono e rimasi solo angolo per un bel po’.

* Non so perché mi è venuto di scriverlo così, proprio ora poi che non c’entra nulla con il resto ma era sabato notte e guardavo Inland Empire. Ciao papà.

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Pescami

13 maggio, 2010

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Quando mi racconti che sono dentro i tuoi sogni mi spaùro come un pesce dentro la nassa. Sono stato buono ad entrarci che ero affamato ma ora non trovo più la via del ritorno. Eppure quella via c’è ma io non sono capace a trovarla. Mi sbatto, mi sfinisco dalla paura e mi arrendo alla quiete della tua rete. Poi eccoti qui, tu che quell’aggeggio hai calato sul fondo, a tirar su i frutti del lavoro di una notte intera. Tiri al petto la corda e mi porti via dal freddo e dall’umido. Mi tiri via a forza di braccia e di respiri affannati. Mi tiri via da quel posto dove non arriva la luce del sole ma che è pur sempre casa mia, il posto dove sono abituato a stare. Mi tiri via per regalarmi a un blu che è di cielo e non di mare. Mi tiri via come fossi animale da nuvole mentre non lo sono.

Intanto salgo, mi scaldo il sangue e mi aggiusto gli occhi ai nuovi colori. Vengo su come un amante che si acconcia basette e cravatta allo specchio dell’ascensore. Vengo su e ti porto le gocce salate del mare sul dorso. Vengo su per bagnarti le mani. Vengo a bagnarti con la bocca e le branchie aperte a vela quelle mani da animale di cielo che hai. Vengo ad assaggiare le linee e le ferite dei tuoi palmi che mi stringono con presa molle per non farmi male. Vengo ad assaporare la nuova temperatura.

Giochiamo così a confondere i mondi, il sopra e il sotto. Giochiamo a scambiare i colori, a mischiare i blu. Facciamo a barattare le cose più care che ci appartengono, la luce col buio, il rumore col silenzio. Son contento che mi hai portato via se è questo il gioco. Fai presto però che nelle tue mani io sono ancora animale d’acqua e ho il fiato corto. Tienimi ancora un attimo e poi rimettimi giù, in mare. Vieni domani notte con la tua barca sulla mia testa di pesce. Vieni domani notte e io ti prometto che sarò di nuovo nella tua trappola. Tirami su ancora e ancora. Vieni domani notte animale di cielo e sarò ancora creatura d’acqua nelle tue mani. Vieni a pescarvi domani notte. Vieni e pescami finché vuoi.

(foto originale di Ostracolo di Pelle)

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Donna con valigia

5 maggio, 2010

donna_valigia

Io ti volevo scrivere una storia, volevo scrivere la storia di quella volta che ci siamo incontrati. Volevo scrivere di quella notte passata ore e ore ad aspettare che tu arrivassi. Volevo scrivere di quella notte passata in giro a bere birra, da solo, di quella notte passata a fissare facce sconosciute solo per il gusto dell’attimo di trovare la tranquillità della tua. Volevo scrivere di quella notte passata. Piovigginava e tirava vento. Volevo raccontare dell’attesa, ore e ore passate a rubare i discorsi della gente arroccata davanti ai bar delle vie del centro, discorsi di cui io non ero mai il protagonista. Discorsi di cui mi interessava nulla. Volevo scrivere di quella notte, di quella notte tarda, ormai, di quella notte in cui poi sei arrivata ed io, che ti aspettavo da ore e ore, ti ho detto, al telefono: “Aspettami, tra poco sono da te”. Nascosto dietro l’angolo ti guardavo, ferma, sotto la luce arancio del lampione, con la tua valigia strana, quasi una borsa da medico condotto di altri tempi. Ti osservavo guardarti intorno, eri bella sotto la luce arancio del lampione. Ecco, io volevo scrivere questa storia ma non avevo carta e non avevo penna. Quella storia avrei voluto scriverla sulla tua pelle, con le mie mani,  ma non avevo neanche quella. La tua pelle non l’ho avuta allora e non l’ho adesso e quella storia non l’ho più scritta. Le mie mani ti cercano ancora.

(foto originale di Kristiannemory)

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I poeti son tutto

4 maggio, 2010

catalano

I poeti suonano l’armonica che è come sputar parole ad occhi chiusi e sprecano fiato e malinconia e stanno seduti sulle rocce nude mentre sale la luna. I poeti si gonfiano gli stomaci di vino e guardano le tette alle donne e aggiustano gli accordi e le armonie solo per la bellezza di una notte. Vestono di nero, hanno occhiali spessi e barbe folte, scarpe basse e leggere anche d’inverno. I poeti hanno copricapo pesanti che tengono le parole incollate alla testa che facile prendono il volo e mai più tornano. I poeti fumano sigarette, i poeti siedono per terra a gambe incrociate e hanno malattie immaginarie e sorrisi sornioni. I poeti ci vai a cena e loro non sono poeti, ti dissuadono, sono tutt’altro, secondo loro. Sono cassiere di supermarket, sono automobili in coda sulla strada per il mare, sono gente che ti chiede “scusi dov’è il bagno?”. I poeti son tutto tranne poeti.

(dedicato a Guido Catalano)

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Uomo come dico io

23 aprile, 2010

partigiani

Mi fanno male le mani. Tengo stretto lo schioppo come se fosse una creatura il giorno del battesimo. Lo tengo stretto che provo paura, lo tengo stretto che mi scalda tutto il corpo su questo greppo infame, lo tengo stretto così non mi addormento. Queste mani sono forti che hanno mosso strumenti da quando erano mani di ragazzino ma questo fucile scalpita che vuole scaldarsi e pure io mi rovino della stessa malattia. In questi giorni sulla montagna m’han messo in mano un’arma e insegnato a sparare alle cose. Agli uomini non mi hanno insegnato a sparare, quello lo devi imparare da solo, quando capita.

Sto qui coi compagni a pancia a terra, sull’erba umida, ad aspettare, come quando ero bambino e giocavo a nascondino. Oggi è il giorno che mi tocca di imparare a sparare agli uomini e io tengo paura che non so se sono buono e stringo il fucile e mi affido a lui che è nato per quest’opera. Io sono nato che mai mi pensavo che dovevo finire qui su, coi fratelli, ad aspettare di sapere come si fa a uccidere un uomo. Io non so se sono davvero buono per un lavoro così.

Qui su, sulla montagna, m’hanno insegnato anche a chiamare un uomo nemico, come se in questa parola ci stanno dentro le cose inanimate e non le persone. Io so che sto nel giusto e a Iddio chiedo perdono che oggi son qua che devo uccidere un uomo. Ho pure lo stomaco che mi fa un male cane. Un uomo s’ammazza più con lo stomaco che con le mani, mi ha detto il capitano. Libero si chiama il capitano. Io no so se sono buono per questo lavoro e se ho lo stomaco abbastanza duro. Ripeto nella testa le preghiere imparate all’oratorio, anche se al capitano Libero non piacciono. Io le ripeto che mi tengono la testa tranquilla.

Il Gufo, che lo chiamano così che ha due occhi che vedono bene pure di notte, sta di vedetta. Nascosto tra i rami fitti di un albero non si perde un attimo la strada. Io penso che è tardi e i tedeschi per stasera non arrivano e un po’ sono contento. Penso anche alla famiglia che non vedo da mesi. A mamma dico che forse oggi devo sparare a un uomo e di perdonarmi perché non è questo il modo che lei mi ha insegnato di diventare grandi. Chiedo scusa a papà per queste mani che tradiscono il mestiere per un fucile. Ma non avevo scelta. Visto che ci sono chiedo anche a Dio di darmi un occhio che mi sento le spalle scoperte e pure di darmi la forza di diventare uomo tutto d’un botto. Poi penso a Nandina, l’amore mio, e penso al bacio che le ho dato prima di correre qui sul monte dei ribelli. Non ho fatto a tempo di diventare uomo per davvero che oggi devo rubare la vita a un povero cristo.

Sento il Gufo che fa il suo verso. E’ il segnale. La colonna dei tedeschi è in fondo alla strada. Io sto qui con la paura in corpo che mi paralizza le mani. Devo diventare uomo alla svelta che il fucile poggiato sulla spalla solida di un uomo è più preciso e non sbaglia il colpo. La guerra cambia presto i ragazzi in uomini. Oggi, amore, è il mio turno di diventare uomo. Io volevo diventare uomo insieme a te ma non ho avuto altra scelta. Iddio mi perdoni se oggi devo diventare uomo così e perdonami anche tu, amore mio. Tu aspettami che quando torno voglio diventare uomo di nuovo, voglio diventare un uomo vero, voglio diventare uomo come dico io, uomo senza guerre da combattere, uomo senza fucile, uomo senza nemici, uomo libero e in pace.

Per diventare uomo come dico io, amore, devo prima diventare uomo come dicono loro, uomo con la presa salda sul fucile, lo stomaco duro, l’occhio fermo sul bersaglio. E, se Iddio vuole, amore mio, così sarà. Però tu aspettami, amore mio, che voglio diventare uomo con te. Aspettami amore mio che voglio diventare uomo come dico io.

***

P.s: questo scritto partecipa all’inziativa Schegge di Liberazione – Post Resistenti. L’ebook che lo contiene, insime a molti altri, lo potete scaricare qui. Un grande plauso e fulgida ammirazione va a Marco Manicardi (il Many) che ha pensato e realizzato il tutto. Maggiori informazioni potete trovarle sul suo blog. Grazie Marco

(l’immagine è stata presa dall’ archivio fotografico dell’ A.N.P.I)

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Fino alla fine del mondo

8 aprile, 2010

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C’è il cielo che si oscura su questa rupe, su questa sasso in cima al mondo. Il viso si colora di grigio ed arancio al calar del sole. Dicono che il mondo, quello che si vede da qui, domani finisce. Lo dicono anche i preti. Io ci credo alle cose che dicono i preti, quelli hanno studiato, non dicono la prima cosa che gli passa per la testa. Io ho sempre desiderato che i miei giorni finissero su una rupe. Ed eccomi qua.

Io la rupe la immagino come un bel posto. Sarà colpa dei film western, quelli con i cawboys, gli indiani, il bandito buono e quello cattivo. Sarà anche colpa dei film che vedevo da bambino se sono qui. Certo, mi manca il cavallo, ma fa lo stesso. Io la rupe la immagino che si affaccia su una vallata verde, con un fiume in mezzo. Il Colorado sarebbe bello averlo, ma va bene anche un rigagnolo meno evocativo. Immagino che sulla rupe sono con te e ti abbraccio stretta le spalle. Immagino anche che guardiamo persi l’orizzonte come fossimo sul Titanic. Hai presente? Anche il vento che ci scompiglia i capelli e ci fa stringere gli occhi.

Son passato a prenderti a casa. Tu, come al solito, avevi i ricci bagnati e non sapevi cosa metterti addosso. Sono stati i tuoi ricci a farmi innamorare, me lo ricordo. Ci siamo promessi che saremmo stati insieme per tanto tempo, fino alla fine del mondo. Ora la fine del mondo sta arrivando e il tuo smalto si intona con le scarpe. Il tuo smalto sta bene con le scarpe, sta bene con la borsa e i tuoi occhi verdi e azzurri. Tuto sta bene proprio come quando ti son venuto a prendere a casa, quella domenica, ed avevi sempre i ricci bagnati e, affacciata  al balcone, mi dicevi di aspettare. Io ho aspettato e, mentre aspettavo, ho trovato un cuore per terra, sotto la tua veranda. Mi sembrava il tuo, l’ho assaggiato. Sì, era proprio il tuo. Aveva il tuo sapore. Io, quel cuore morsicato, non ho avuto il coraggio di ridartelo così. Quel cuore morsicato l’ho tenuto. Ti ho dato il mio quando sei venuta a reclamarlo ma tu non te ne sei accorta che era il cuore sbagliato.

Ora siamo qui, sulla rupe, stretti l’uno a l’altro come in un film e guardiamo nel vuoto, aspettando che il mondo finisca. Ci eravamo promessi che prima della fine del mondo avremmo fatto l’amore, quell’amore con i baci, le carezze, i sentimenti e tutto. Ci eravamo promessi che per una volta ci avremmo messo anche i sentimenti, come quelli che si amano davvero che tanto, poi, il mondo sarebbe finito e problemi non ce n’erano.
Abbiamo fatto l’amore, come mai l’avevamo fatto prima, come se il mondo di lì a poco sarebbe finito sul serio e poi, neanche il tempo di una sigaretta, il mondo è finito davvero e io non ci volevo credere mentre finiva.

Ti ho visto piangere mentre  il mondo finiva e non ho avuto il modo di chiederti se piangevi perché il mondo finiva o perché avevamo fatto davvero, per la prima volta, l’amore. Non ho fatto in tempo neanche a dirti che il cuore che ti batteva nel petto era il mio. Siamo andati via ognuno con il cuore sbagliato.

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