Mentre leggo vecchi poeti americani

26 luglio, 2010

isola

Hai lasciato la pelle bianca sul porto di terraferma e sei venuta a caccia di questa roccia distante annegata in mare. Hai viaggiato malferma verso sud-ovest su un gozzo di pescatori. Altro qui non passa. Altro qui non arriva se non trascinato in catene o sciolto nella corrente. E’ mattina, il sole ti arrossa la pelle e stai un po’ curva contro il soffio di libeccio che ti schianta il petto. Qualcosa nell’aria cambia in spessore e densità mentre ti avvicini. E’ la diversa forma del tuo corpo battuto dagli elementi che io sento venire. Sono gli schizzi di acqua in frantumi sulla chiglia che colpiscono l’attracco a portare in anticipo il tuo nome. Sono le attese e le promesse dentro quel bisbiglio a farmi sussultare. Scendi dal legno, di nuovo ferma sulle gambe, salda coi piedi al suolo. Vieni per incontrare occhi scuri, come quel giorno al porto, quando si camminava insieme e mi chiedesti la stoffa di un braccio teso, un appoggio sicuro per quelle vie gobbe e scoscese. Vieni a cercare, vestita di seta e fiori, la voglia di fuggire in notti di bettole nascoste, di mani nervose e tamburellanti sui banconi, di gambe che si strisciano sotto i tavoli, di fianchi spalmati su vetrine di antiquari. Ti sento, vieni in rovina della mia pace di pietra, a rompere il tempo minerale che mi sono costruito intorno. Vieni dolce e decisa a conquistare bastioni secolari. Dove fallirono navigli d’Arabia, carestie, febbri e invidie di signori, bastano ora le tue spalle nude e il mento ritto alle ore di mezzogiorno per sbaragliare queste mura. Le cose terrene passano lente su quest’isola, le nuvole veloci. Come nuvola vieni e mi passi sul capo, compatta e morbida, per portare prima ombra e poi disfarti nelle mille cose in cui si disfanno le nuvole – fantasia di bambino, sospiro di amante, animale antico, viaggio di carcerato. Pioggia vieni, infine. Annunciata, come il temporale estivo che avanza dai campi, prima che lo scuro alla vista, il tuo odore di terra si punta alle narici. Qui, dove tutto è senso di sale, tu vieni come cosa viva. Tu vieni come tutto questo, e io, che non ti aspetto, leggo al fresco di un albero di fico i vecchi poeti americani e le loro parole ruvide mi riempiono lo stomaco con idee di morte e civiltà.

(foto originale di Eye Light)

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Un carburatore

14 luglio, 2010

carburatore

Sono a ricoprire ogni angolo arso della tua pelle con la mia e lì, dove prima fu il sole, ora il sale del sudore comune segna solchi profondi e confusi, segni che si mescolano come sguardi. Guardo il soffitto, signora silente, nel sonno tra le tue cosce stanche e doloranti e ti costruisco come corpo inerte, organo sparso, carburatore, acquario per pesci. Farti a pezzi e ricongiungerti, smontarti e montarti lasciandoti dentro brandelli del mio seme, strappi del mio sangue. Questo desiderio mi lega a te, questo il confine del mio amore.

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Tutte le mattine

16 giugno, 2010

capelli

Entri leggera nella mia giornata e ti metti tra il sonno e il rumore della città che si muove. Capelli bruni, tagliati dritti, occhi tondi che ti guardano simmetrici. Pianti lì una parola, un sorriso, e fai germogliare il seme del pensiero ancora sopito. Cresce questo seme inconsapevole e diventa pianta, fiorisce e poi si sparge intorno e il vento e gli uccelli lo portano altrove.

Sei fatta di terra, unita alla terra resti. L’aria mossa della piana ti incontra, ti chiude gli occhi, ti allarga le narici, mentre respiri il cielo pesante. Cosa ti lega a questo suolo? La voglia di ritornare, mi dici. L’inquietudine e la passione del viaggio al contrario ti animano la vita. Io, quando racconti, ti immagino al sole della tua terra, sveglia e veloce, lievemente rossa in viso, mentre qui, un po’ la tua bellezza si addormenta.

Nulla puoi darmi e nulla desidero da te. Vieni con me oggi, ti porto ad attraversare il grano alto dell’estate, andiamo a sfinirci di chiacchiere e vino, poi, torniamo in silenzio, a mangiare, a dormire e a fare l’amore.

Non sono buono con le parole, ché i pensieri stanno in fondo lo stomaco e si mischiano, si confondono e figliano e mi scombinano le labbra e la lingua. Meglio che sto zitto, penso. L’unica cosa che mi vien da dire, l’unico suono che riempie lo spazio tra il mio naso e la tua bocca, senza imbarazzo è: “ Un caffè, lungo, macchiato freddo. Grazie”.
Tutte le mattine così, al bar della stazione.

(foto originale qui)

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Ti porto al mare

10 giugno, 2010

mare

Preparo la borsa per le vacanze e ti ci butto dentro, ti adagio piana sui vestiti leggeri, sui libri da leggere, ti metto in cima così non ti sgualcisci sotto il peso del resto. Ti metto in cima e ti porto addosso, sui treni, sulle corriere, per la strada che percorro a piedi sotto lo schianto del sole e, appena arrivo al mare, ti tiro fuori. Appena arrivo al mare ti tiro fuori e ti ci butto dentro e ti nuoto, ti tuffo, ti bevo, salata, e poi torniamo insieme come onda sulla sabbia e ti faccio castello o vulcano e ti scavo, in profondità, come facevo da bambino, finché ti ritrovo acqua che spunta dalla terra e ricominciamo tutto da capo. Poi, dopo, vado a farmi una birra fresca. Ma fresca, eh.

(foto, una volta tanto, mia)

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Una tua foto

7 giugno, 2010

ossessione

Non so qual è il tuo nome ma con il tempo ho imparato a chiamarti. Ossessione. Ho bisogno di te come l’acqua per vivere. Quando manchi appassisco, mi secco e fumo. Fumo triste appoggiato ad un muro controvento. Chiedimi gli occhi, anche solo per farli rotolare giù dalle scale. In cambio regalami una tua foto.

(…quando la domenica vado al cinema a vedere questa roba. Foto originale )

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Al primo sole

26 maggio, 2010

ruscello

Il sole è netto, tondo e preciso e sta a tre quarti di cielo sopra la valle. E’ il primo sole dopo settimane di pioggia e nuvole scure che ci hanno costretto dietro le finestre. L’ombra della vecchia abazia scurisce la mezza collina sottostante. Siamo decisi a goderci questo caldo inaspettato senza risparmiarci. Le scarpe sbagliate e i pantaloni lunghi e scuri ci danno impiccio. Abbiamo tirato via le maglie perché questo sole va ringraziato per il regalo che ci sta facendo. Ci facciamo carezzare volentieri dal vento e carezze sono anche i rami bassi dei pini che ci vengono incontro sul petto mentre percorriamo il sentiero. Le dita affusolate dei cespugli di ginestra sono delicate sulle nostre spalle e piacevole è l’odore tutto intorno. L’occhio curioso, non più abituato alla nudità, è affascinato dal rosso dei leggeri graffi che le piante disegnano sulla carne inbiancata dall’inverno cittadino.

Sudati per la salita iniziale, abbiamo gioito e goduto in silenzio nel cambio di pendenza di quel tratturo poco battuto che senza parlarci abbiamo deciso di imboccare. Scendiamo verso il fondovalle, su pietre malferme, con il peso del corpo a monte e i piedi di traverso. Scendiamo come mille volte avevamo fatto da bambini, ognuno per conto suo, ricordandoci come si faceva e sorridendo di quella improvvisa necessità che ci sbatteva indietro negli anni e lontano nei chilometri. Io vado avanti e mi atteggio ad uomo. Tu un passo indietro, mai di più. Ogni tanto mi volto e mi meraviglio della tua presa sicura sul terreno e allora cerco le traiettorie più efficaci, non quelle più facili, come converrebbe, mentre tu mi stupisci ogni volta con un percorso diverso dal mio, più naturale, più creativo, più bello. Scendiamo di fianco e uguali all’acqua piovana che solca il terreno argilloso dopo le lunghe piogge dei giorni scorsi. L’acqua ti assomiglia. Tu sei più acqua di me, e si vede. Scendiamo allora leggeri e incuranti per congiungerci e mischiarci ad altra acqua. Scendiamo verso l’acqua per scambiare i racconti del tragitto percorso con altro liquido che viene chissà da dove, di là, oltre il monte.

Arrivati in basso, al rivolo che spezza in due l’aria della vallata, ti sei chinata e bagnata la fronte calda e i capelli neri. Ti sei messa a parlare con l’acqua, mi dicevo. Poi, d’un tratto, sotto il mio sguardo incredulo, ti sei versata nella corrente e sei andata via e a nulla è valso chiamarti e cercarti con gli occhi, acqua diversa nel fiume uguale. Sei acqua e io lo sapevo. Sei scivolata via verso il mare lontano e io con le scarpe incollate a terra, pesante, sono rimasto lì. Tu sei acqua e io lo sapevo. Avrei dovuto tenerti, quando potevo, in una vasca o tra le mani o in bocca e poi avrei dovuto berti, per tenerti, ma non avevo sete, avevo altro per la testa. Sto qui ancora qualche istante, sulla roccia levigata, a guardare il ruscello, nella speranza che ripassi quell’acqua che ti somiglia. Poi, ancora un po’, e vado via.

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Roma a mano armata

18 maggio, 2010

Roma a mano armata

Io non lo so mica come arrossisce una donna
le donne mi arrossiscono di spalle
le donne mi arrossiscono retro
mi si arrossano in volto e io no,
non posso guardarle
sono la poltrona su cui sono comodamente spalmate,
il loro culo sul mio ventre, basso
le loro braccia sulle mie braccia, basse
la schiena sul mio petto
un petto mastodontico, infinito, avvolgente

Io sussurro parole d’amore al loro lobo
Mi fai arrossire, loro
Ti voglio vedere, io
No, non puoi
Perché non posso?
Perchè tu sei la mia poltrona
E allora? Una poltrona non può vedere arrossire una donna?
Silenzio! Sto vedendo un film!
Che film?
Roma a mano armata
Bello?

Vado a pisciare
Ma poi torni?
No, non penso
Mi ami?
Come prima
Come quando ci siamo conosciuti vuoi dire?
No, come prima prima
Cioè?
No, non penso

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Una cosa che non c’entra nulla

17 maggio, 2010

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Un giorno di alcuni anni fa era di Febbraio e sono diventato architettura. Io sono sempre voluto diventare architettura ché le cose costruite, soprattutto quelle belle, quelle grandi e luccicanti, a me piacciono un sacco. E’ incredibile come facciano a stare poggiate sulla terra quelle cose costruite dai grandi architetti, che io piuttosto le vedrei volare in cielo perché le cose belle io, me le immagino sempre che sono leggere e al minimo vento te le ritrovi sulla testa, quelle cose lì, dicevo, sarei voluto diventare come loro.

Vedevo queste cose perfette, e dentro ma anche fuori a queste cose, e tutto intorno a queste cose la gente seduta ai bordi delle fontane, nelle giornate di sole, con i bambini che giocano a rincorrersi, sorridenti, e il chiosco dei gelati e quello con le limonate fresche a portata di mano che non dovevi fare neanche la fila. Io volevo essere come quelle cose lì perché le consideravo belle davvero e non solo belle da guardare, ma anche utili perché, le cose costruite, le architetture, non sono solo belle che uno le guarda, come un quadro o una scultura, ma le usa anche, le abita, le vive. Anche io volevo essere vissuto come una cosa bella, vissuto da gente allegra, trapassato dal sole, trasparente, leggero.

Quel giorno di febbraio, quel giorno di alcuni anni fa, quando diventati architettura, io me lo immaginavo così, un giorno felice, un giorno in cui la bellezza si sarebbe impadronita di me e la felicità pure. Quel giorno, che capitava di febbraio, invece, io mi feci architettura infelice, mi trasformai in un angolo. Tra le tante cose che avrei potuto essere diventai angolo. Diventai angolo di una stanza buia, sottoterra, di quelle con i neon accesi anche di mattina e mi feci angolo, mi feci angolo di una stanza dalle pareti dipinte nocciola, mi feci angolo dalla parte opposta dove usciva quella barella con un corpo coperto da un lenzuolo bianco. Mi feci angolo con le mani sul volto e piansi e mi feci architettura perché dentro non avevo più niente, ero solo angolo, cemento, intonaco e lacrime.
Presto le lacrime si asciugarono e rimasi solo angolo per un bel po’.

* Non so perché mi è venuto di scriverlo così, proprio ora poi che non c’entra nulla con il resto ma era sabato notte e guardavo Inland Empire. Ciao papà.

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