Il lavoro delle farfalle

2 marzo, 2010

farfalle

Un uomo, canuto, dai capelli radi e dall’età avanzata, maestoso e corpulento gli si parò di fianco, ad un metro di distanza. Antonio, circondato dalla folla del concerto, si accorse subito dell’imponente presenza. Il vecchio guardò il ragazzo di sbieco, dall’alto del suo petto che svettava poco sopra la spalla di Antonio. Si rivolse a lui chiamandolo per nome. Ad Antonio non parve di conoscere o di aver mai visto prima quell’essere. L’anziano uomo, senza aspettare una risposta o un cenno, rivolgendosi al ragazzo disse: ”Io ti leggo. Io ti leggo nel pensiero”.

Il vecchio aveva un accento del nord Europa, forse dei paesi scandinavi, forse della Terra di Mezzo. Antonio, più che dalle parole di questo assurdo personaggio, rimase colpito ed affascinato dal suo accento. Il vecchio, con un cenno della testa, invitò Antonio a seguirlo lontano dalla folla, verso la destra del palco, lì dove si apriva un viale alberato e si dispiegava una campagna incolta, d’erba alta, bagnata dalla rugiada. Antonio non pensò a nulla. Gli sembrò assolutamente naturale seguirlo. Ad Antonio sembrò come se quell’invito fosse un’ineluttabile conseguenza di quell’incontro inaspettato. Lo seguì per il viale, a tre o quattro passi di distanza, ogni tanto osservando capannelli di giovani che si erano appartati per fumare o scambiarsi parole e baci e carezze in un’artificiale intimità. I due non si parlarono né il vecchio si guardò indietro per controllare che il ragazzo lo seguisse davvero. Il viale finì in uno spiazzo. La campagna e pure il cielo si stavano schiarendo alle prime luci dell’alba. Il sole stava sorgendo ancora, a est, dietro la collina. Antonio era tranquillo, stranamente. Una lieve brezza proveniente da occidente ne colse il volto. Antonio si girò per farsi accarezzare in pieno la fronte. Dinnanzi ai suoi occhi stanchi per la nottata insonne si parò uno spettacolo mai visto prima. Una nuvola compatta e scura di migliaia di farfalle gli veniva incontro fluttuando allo spirare del vento. In lontananza, nonostante l’ora, sommesse, le note ossessive e spinte della techno sembravano dirigere quella danza nervosa. Antonio non parve spaventato da quello spettacolo che per lui, ragazzo di città, doveva parergli quanto meno esagerato. Il vecchio era lì, a pochi metri di distanza. Il nugolo alato, sino allora incurante degli spettatori, interruppe bruscamente il suo incedere tratteggiato e come un felino abbagliato dai fari alti di un’auto sulla statale si bloccò poco sopra la testa di Antonio. Il ragazzo rimase immobile. Sentiva che quell’animale fatto di migliaia di ali e occhi e antenne non voleva fargli del male. Quasi istintivamente, mentre era ancora lì, piantato come un chiodo nella croce, con le spalle leggermente curve, aprì le braccia alla moltitudine. Si sentiva sereno, di una serenità che non aveva mai provato prima. Il sole, che intanto si era fatto largo oltre la collina e gli alberi, illuminava quella porzione di spazio. Con uno scatto repentino l’animale multiforme avvolse Antonio che si sentì sollevare da terra. Egli si concesse mollemente a quell’abbraccio leggero, rilassando i muscoli delle gambe e della schiena. Aveva la testa vuota. Non pensava a nulla. Antonio si fidava di quella forza gentile, come se fosse stato avvolto in una coperta bianca e morbida nel grembo della madre. Si lasciò andare completamente. Con gli occhi chiusi e le membra molli e la testa che gli sembrava venisse succhiata via provò, quella mattina, il più lungo e intenso e sublime orgasmo della sua vita. Continua →

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Poema epico per culo

18 febbraio, 2010

culo

Ti penso a tratti. Ti penso come linee che non si uniscono, ti penso fatta di segmenti discontinui, disegnata leggera, sfumata ad acquerello, rosso ed ocra, come un fumetto di Gipi ti penso. Ti penso come una storia dai dialoghi surreali. La mia vita disegnata male. Ho in mente le tue costole, le tue costole bene in evidenza, il tuo seno piccolo, quando eravamo al mare. Quel culo che dondola e dondola fino alla spiaggia ho in mente, quel culo che poi si perde tra le onde, quel culo che sparisce tra le onde del mare. Io invidio le onde del mare, nel frattempo che ti asciughi. Poi, ti avvicini, resti un attimo, poi vai via, troppo presto, e io non so che dirti. Sorseggio una birra, e non so che dirti, mentre mi riempio della tua prossimità. Io no so che dirti ma nel frattempo mi riempio.
Ti trovo sempre meglio. Stai bene al mondo, stai bene al mondo come una canzone di Dente. Ci incontriamo, ci abbracciamo e bacetti. Io ti cerco, cerco quel vestitino scuro che ti scende sui fianchi come l’acqua dalla montagna. Indossi stivali ora, al posto dei sandali, con i tacchi, che ti fanno il culo alto, alto come quella montagna da cui scende a valle il ruscello e tu sali, sali sui talloni, per essere più alta, e il culo, quel culo che prima era bagnato dall’Adriatico ora svetta, si stringe, fluttua per la stanza, si poggia alle pareti, sfiora gli spigoli dei tavoli. Disdegni le sedie tu, troppo banali e io intanto invidio, invidio ogni superficie che tocchi e invidio il mare. E no so che dirti, comunque.
Al solito vai via, vai via troppo presto, ed io ti ho raccontato solo cazzate, come a tutte. Ti ho raccontato le stesse cazzate che racconto a tutte. Quelle parole vuote ti ho raccontato, quando a quel culo, a quel culo che dondola e dondola, a quel culo bagnato a est dall’Adriatico, a quel culo lì in alto, a quel culo sulle sorgenti del Gange io, pur di trattenerlo, pur di tenerlo tutta la notte, a quel culo lì, il Ramayana racconterei. A te però, a te proprio, non so che dire.

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La fornarina bella

10 febbraio, 2010

fornarina

La fornarina, la fornarina bella da cui mi servo tutte le mattine, è vestita di bianco e ha la cuffietta sui capelli. La fornarina bella ha la pelle di porcellana, quella pelle che sembra mai aver visto la luce del sole. Sarà la vicinanza della farina, tutto il giorno, a far diventare bianca e lucente la sua pelle. La mia fornarina, la fornarina bella, è giovane e sotto la cuffia ci ha un colore di capelli che si avvicina all’arancio. L’arancio ci sta parecchio bene con l’incarnato pallido della sua pelle, con il camice, con la cuffietta, con il pane, con la farina e tutto il resto. La fornarina, la fornarina bella, ho notato oggi, ha un piccolo tatuaggio dietro l’orecchio destro, tra il collo e l’attaccatura dei capelli, tra il collo di alabastro e i capelli color arancio. La fornarina, la fornarina bella, ho notato oggi, lo mostra ai clienti, il tatuaggio, quando si gira a prendere le buste per incartar la roba. Oggi lo ha mostrato anche a me, ché si è girata a prendere le buste che le servivan per incartare la roba. E’ una roba tipo una lettera emme, una roba tipo un segno zodiacale, una roba che io non tanto me ne intendo. La fornarina bella è grassa, ma di un grasso che ci sta bene con tutto il resto, con il camice, la pelle di porcellana, la cuffietta, i capelli color arancio, i panini e la focaccia. E’ di quella gradevole grassezza che da una fornarina come minimo te lo aspetti, anzi,  lo pretendi. Lo pretendi anche da una macellaia, per dire, o da una salumiera. Da una farmacista mai, quelle son tutte magre e smunte e tristi e acide. La fornarina bella no, lei è sempre allegra, grassa e gentile. La fornarina bella le voglio bene ché mi tiene da parte il cornetto al cioccolato. Dice che i vecchi, la mattina presto, solo cornetto al cioccolato, altrimenti piangono. E allora lei, il cornetto al cioccolato, lo tien da parte per me. Io le voglio bene alla fornarina bella. Novanta centesimi, novanta centesimi al giorno mi chiede e io in cambio anche il mio bene. Che sembran pochi novanta centesimi, ma tutti i giorni, fate un conto.

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Fausto & Gabriele

5 febbraio, 2010

arcangelo

Gabriele credi a me, non è importante quanto cazzo c’e lo hai grosso, il cazzo. Non importa quanto tu lo sappia usare, quanto tempo glielo tieni dentro, quanto la fai godere, gridare, supplicare, invocare il nome di dio invano. Nulla di tutto questo importa, Gabriele. Certo, se ce lo avessi fiammeggiante e potente come il mio, bitorzoluto, indistruttibile, adunco, sarebbe meglio ma, credimi, questo non è importante. Anche un pisello moscio, Gabriele, piccolo e rubizzo come quello di un cherubino può conquistare una donna. Gabriele credimi, credi a me. Ascoltami bene Gabriele, ascolta me. Il segreto è uno e uno solo, Gabriele.  Mentre le sei dentro,  mentre sei proprio lì e lei è sotto di te, Gabriele, mentre sei lì e mentre lei tira indietro la testa e ti porge il mento, inarca sinuosa la schiena e discinta ti apre il seno, mentre cerca di indicarti la strada dimenandosi come una gatta in un sacco, mentre sei lì e lei fa questo tu, Gabriele, prendile la testa tra le mani e fissala, fissala negli occhi, fissale intensamente gli occhi. Guardale dentro Gabriele. Il segreto è guardarle dentro. Penetrale dentro, dagli occhi, attraversa le sue pupille fino ad arrivarle all’anima, nell’anima, con il tuo sguardo. Inondale l’anima con la tua, falle capire, mentre la stai possedendo, che quello che vuoi davvero non è il suo corpo, non è solo il suo corpo,  falle capire che quello che vuoi davvero di lei è la sua anima. Falle capire, mentre sei lì dentro, dentro di lei e penetri il suo corpo, che vorresti penetrarle l’anima, che vorresti ghermirle l’anima, farla tua, e che  ci riuscirai. Alle donne piacciono gli uomini sicuri di sé, Gabriele. Gabriele credi a me,  quello che ti ho detto funziona. Funziona con tutte le donne. Almeno, Gabriele, con Maria ha funzionato.

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Roma, ottobre 1943 / Anna

3 febbraio, 2010

Molini_Biondi_Ostiense

E’ pomeriggio tardi, un pomeriggio di inizio ottobre, tira ancora un ponentino fresco, un ponentino che puzza di calcinacci e morte, di bruciato e fame. San Lorenzo puzza. Sarà lo stomaco vuoto, vuoto di due patate, sarà che tutta Roma puzza. Esco a cercar di raccattare una cena, magari un po’ di misticanza, un pugno di facioli, un tozzo di pane, da dividere in quattro. Al mercato nero si trova poco, i fruttaroli dei castelli piangono miseria. Una cipolla, un peperone rinsecchito, una mela. Poca roba. Per il pane tocca pedalare fino a Testaccio, scansando le ronde dei crucchi, per i molini Biodi, gli unici in tutta la città a panificare sotto le bombe. E’ lì che ho incontrato per la prima volta Anna. Bella, bruna, due polpacci torniti come un ciclista, le caviglie fini come un baio arabo a Capannelle, un seno bianco e lento che cade sotto il vestito a fiori, i capelli corvini legati in una coda raccolta alta sulla testa. Anna vive sulle sponde del Tevere, a due passi dall’Isola Tiberina, al ghetto.

C’è la fila per il pane ai molini Biondi, una fila che puzza di aliti pesanti, aliti affamati. Io faccio il vago e mi piazzo accanto ad Anna, in fila. Anna non puzza, ha il respiro leggero, la veste che sa di fiume, il busto ritto. Anna ha vent’anni, ma quei vent’anni tristi che sembrano di più. Io, ad Anna, l’ho amata dal primo istante che l’ho vista, di quell’amore che ti toglie la fame e ti toglie il respiro. Quella sera, quella sera di inizio ottobre, sono tornato a casa, sazio, senza pane e senza respiro, senza nulla, tra le bestemmie dei mie fratelli che non avevano visto Anna e avevano fame. Venite a vedere Anna, dicevo. Io ci andavo tutti i giorni, tutti i pomeriggi tardi di quell’ottobre romano del quarantatre, con la fame, con le macerie, con i tedeschi, con i baschi neri, con la bici, a vedere Anna. A saziarmi d’Anna, Anna sui tacchi neri, sulle scarpe rovinate, Anna in fila per una spolverata di farina, Anna dall’odor di fiume, Anna dall’odor di Anna, Anna che toglie la fame. Continua →

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Aborigeni

27 gennaio, 2010

aborigeno

Io e te si sta una favola a letto, cioè, non dico fermi, ma in movimento. Io e te facciamo un sesso che da tempo, mi hai detto, da tempo non se ne vedeva così, neanche nell’internet. Ché io starei sempre lì, cioè sempre proprio lì, lì-lì starei, che non me ne vorrei andare mai. Tu no, tu non devi andare, tu resti lì. Io devo andare, a malincuore.  Subito dopo, non proprio subito dopo, ma quasi, stiamo lì, ancora lì, proprio lì, lì-lì stiamo ancora una volta a fare quelle cose che si fanno in due, a letto, non solo a letto, non solo in due ma come minimo in due. Io e te, in effetti, non è che si parli molto, ma lo so, è una fase, lo faremo dopo di parlarci, sempre se ci parleremo ancora, dopo. Io ne dubito però, che ci parleremo ancora dopo, ma non te lo dico ché penso che dopo, io e te, non ci parleremo più. Ecco quindi, questo non è il tempo dei dubbi, non è il tempo delle cose da dire,  nè il tempo della verita. Questo è  il tempo di scopare e noi, effettivamente, scopiamo.
Le cose, le parole, i dubbi, le verità,  io e te, dopo.
Ora, io e te, facciamo scorrere il tempo.

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Una notte fredda di gennaio

13 gennaio, 2010

luna

Perché proprio non capisco quello che tu mi hai fatto, in una notte fredda di gennaio. Non lo capisco proprio ché sto qui a chiedermelo. Saranno i tuo occhi che si avvicinano, quando facciamo l’amore, sarà quella testa piegata all’indietro, sul bordo del letto. Saranno quegli occhi che si avvicinano, che prima erano grandi e lontani ed ora sono piccoli, e si incrociano in mezzo al naso, il mio naso, e mi attraversano. Quando facciamo l’amore, saranno loro. Sarà il tuo modo di chiamare dio, quando invece sono io. Sarà il modo in cui poi prendi dall’armadio il pullover da metterti addosso, ché hai freddo, in punta di piedi, dall’anta più alta, che ti si vede il culo e io penso che lo fai apposta a non trovare il pullover. Io penso che lo fai apposta a farmi vedere il culo. Penso anche che lo fai per me, a prendere il pullover, quello più lontano, in fondo l’armadio, e ti arrampichi sui mobili e mi fai vedere il culo. Mi piace guardarti, con la luna che ti illumina dalla serranda rotta. Ché piace pure alla luna guardarti, penso. Perché proprio non capisco quello che tu mi hai fatto. Se lo capissi, quello che mi hai fatto, non sarei qui a chiedermelo. Se lo capissi, quello che mi hai fatto, forse non mi piaceresti più. Ti prego, non dirmi mai quello che mi hai fatto in una notte fredda di gennaio. Non mi piaceresti più.

(Foto originale qui)

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Ci avevo uno scheitbòrd

4 gennaio, 2010

scate

Quando ero piccolo erano gli anni ottanta e volevo lo scheitbòrd. Si sa che negli anni ottanta bastava volere una cosa che quella arrivava. Erano belli gli anni ottanta, gli anni della mia gioventù. Io volevo uno scheitbòrd, lo volevo proprio, negli anni ottanta. Un mio compagno di scuola, che ci aveva lo zio americano, gli ha portato dall’America un bello scheitbòrd, di quelli americani, di quelli belli. Che se ci hai lo zio americano le cose neanche le devi volere più di tanto, manco le devi desiderare, quelle arrivano da sole, dall’America. E’ il sogno americano, dicono. Il mio compagno di scuola voleva la bicicletta bmx, che negli anni ottanta, la bmx, era come lo scheitbòrd, un sogno, un sogno americano, più grande dello scheitbòrd però, molto più grande. Io, al contrario del mio amico, volevo lo scheitbòrd. Io, al contrario del mio amico, non ci avevo uno zio americano, ma neanche un prozio, un bisnonno, un lontano parente americano. Allora sognavo in piccolo, io. Lo scheitbòrd era il mio piccolo sogno americano. Continua →

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