Fausto & Gabriele

5 febbraio, 2010

arcangelo

Gabriele credi a me, non è importante quanto cazzo c’e lo hai grosso, il cazzo. Non importa quanto tu lo sappia usare, quanto tempo glielo tieni dentro, quanto la fai godere, gridare, supplicare, invocare il nome di dio invano. Nulla di tutto questo importa, Gabriele. Certo, se ce lo avessi fiammeggiante e potente come il mio, bitorzoluto, indistruttibile, adunco, sarebbe meglio ma, credimi, questo non è importante. Anche un pisello moscio, Gabriele, piccolo e rubizzo come quello di un cherubino può conquistare una donna. Gabriele credimi, credi a me. Ascoltami bene Gabriele, ascolta me. Il segreto è uno e uno solo, Gabriele.  Mentre le sei dentro,  mentre sei proprio lì e lei è sotto di te, Gabriele, mentre sei lì e mentre lei tira indietro la testa e ti porge il mento, inarca sinuosa la schiena e discinta ti apre il seno, mentre cerca di indicarti la strada dimenandosi come una gatta in un sacco, mentre sei lì e lei fa questo tu, Gabriele, prendile la testa tra le mani e fissala, fissala negli occhi, fissale intensamente gli occhi. Guardale dentro Gabriele. Il segreto è guardarle dentro. Penetrale dentro, dagli occhi, attraversa le sue pupille fino ad arrivarle all’anima, nell’anima, con il tuo sguardo. Inondale l’anima con la tua, falle capire, mentre la stai possedendo, che quello che vuoi davvero non è il suo corpo, non è solo il suo corpo,  falle capire che quello che vuoi davvero di lei è la sua anima. Falle capire, mentre sei lì dentro, dentro di lei e penetri il suo corpo, che vorresti penetrarle l’anima, che vorresti ghermirle l’anima, farla tua, e che  ci riuscirai. Alle donne piacciono gli uomini sicuri di sé, Gabriele. Gabriele credi a me,  quello che ti ho detto funziona. Funziona con tutte le donne. Almeno, Gabriele, con Maria ha funzionato.

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Roma, ottobre 1943 / Anna

3 febbraio, 2010

Molini_Biondi_Ostiense

E’ pomeriggio tardi, un pomeriggio di inizio ottobre, tira ancora un ponentino fresco, un ponentino che puzza di calcinacci e morte, di bruciato e fame. San Lorenzo puzza. Sarà lo stomaco vuoto, vuoto di due patate, sarà che tutta Roma puzza. Esco a cercar di raccattare una cena, magari un po’ di misticanza, un pugno di facioli, un tozzo di pane, da dividere in quattro. Al mercato nero si trova poco, i fruttaroli dei castelli piangono miseria. Una cipolla, un peperone rinsecchito, una mela. Poca roba. Per il pane tocca pedalare fino a Testaccio, scansando le ronde dei crucchi, per i molini Biodi, gli unici in tutta la città a panificare sotto le bombe. E’ lì che ho incontrato per la prima volta Anna. Bella, bruna, due polpacci torniti come un ciclista, le caviglie fini come un baio arabo a Capannelle, un seno bianco e lento che cade sotto il vestito a fiori, i capelli corvini legati in una coda raccolta alta sulla testa. Anna vive sulle sponde del Tevere, a due passi dall’Isola Tiberina, al ghetto.

C’è la fila per il pane ai molini Biondi, una fila che puzza di aliti pesanti, aliti affamati. Io faccio il vago e mi piazzo accanto ad Anna, in fila. Anna non puzza, ha il respiro leggero, la veste che sa di fiume, il busto ritto. Anna ha vent’anni, ma quei vent’anni tristi che sembrano di più. Io, ad Anna, l’ho amata dal primo istante che l’ho vista, di quell’amore che ti toglie la fame e ti toglie il respiro. Quella sera, quella sera di inizio ottobre, sono tornato a casa, sazio, senza pane e senza respiro, senza nulla, tra le bestemmie dei mie fratelli che non avevano visto Anna e avevano fame. Venite a vedere Anna, dicevo. Io ci andavo tutti i giorni, tutti i pomeriggi tardi di quell’ottobre romano del quarantatre, con la fame, con le macerie, con i tedeschi, con i baschi neri, con la bici, a vedere Anna. A saziarmi d’Anna, Anna sui tacchi neri, sulle scarpe rovinate, Anna in fila per una spolverata di farina, Anna dall’odor di fiume, Anna dall’odor di Anna, Anna che toglie la fame. Continua →

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Aborigeni

27 gennaio, 2010

aborigeno

Io e te si sta una favola a letto, cioè, non dico fermi, ma in movimento. Io e te facciamo un sesso che da tempo, mi hai detto, da tempo non se ne vedeva così, neanche nell’internet. Ché io starei sempre lì, cioè sempre proprio lì, lì-lì starei, che non me ne vorrei andare mai. Tu no, tu non devi andare, tu resti lì. Io devo andare, a malincuore.  Subito dopo, non proprio subito dopo, ma quasi, stiamo lì, ancora lì, proprio lì, lì-lì stiamo ancora una volta a fare quelle cose che si fanno in due, a letto, non solo a letto, non solo in due ma come minimo in due. Io e te, in effetti, non è che si parli molto, ma lo so, è una fase, lo faremo dopo di parlarci, sempre se ci parleremo ancora, dopo. Io ne dubito però, che ci parleremo ancora dopo, ma non te lo dico ché penso che dopo, io e te, non ci parleremo più. Ecco quindi, questo non è il tempo dei dubbi, non è il tempo delle cose da dire,  nè il tempo della verita. Questo è  il tempo di scopare e noi, effettivamente, scopiamo.
Le cose, le parole, i dubbi, le verità,  io e te, dopo.
Ora, io e te, facciamo scorrere il tempo.

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Una notte fredda di gennaio

13 gennaio, 2010

luna

Perché proprio non capisco quello che tu mi hai fatto, in una notte fredda di gennaio. Non lo capisco proprio ché sto qui a chiedermelo. Saranno i tuo occhi che si avvicinano, quando facciamo l’amore, sarà quella testa piegata all’indietro, sul bordo del letto. Saranno quegli occhi che si avvicinano, che prima erano grandi e lontani ed ora sono piccoli, e si incrociano in mezzo al naso, il mio naso, e mi attraversano. Quando facciamo l’amore, saranno loro. Sarà il tuo modo di chiamare dio, quando invece sono io. Sarà il modo in cui poi prendi dall’armadio il pullover da metterti addosso, ché hai freddo, in punta di piedi, dall’anta più alta, che ti si vede il culo e io penso che lo fai apposta a non trovare il pullover. Io penso che lo fai apposta a farmi vedere il culo. Penso anche che lo fai per me, a prendere il pullover, quello più lontano, in fondo l’armadio, e ti arrampichi sui mobili e mi fai vedere il culo. Mi piace guardarti, con la luna che ti illumina dalla serranda rotta. Ché piace pure alla luna guardarti, penso. Perché proprio non capisco quello che tu mi hai fatto. Se lo capissi, quello che mi hai fatto, non sarei qui a chiedermelo. Se lo capissi, quello che mi hai fatto, forse non mi piaceresti più. Ti prego, non dirmi mai quello che mi hai fatto in una notte fredda di gennaio. Non mi piaceresti più.

(Foto originale qui)

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Ci avevo uno scheitbòrd

4 gennaio, 2010

scate

Quando ero piccolo erano gli anni ottanta e volevo lo scheitbòrd. Si sa che negli anni ottanta bastava volere una cosa che quella arrivava. Erano belli gli anni ottanta, gli anni della mia gioventù. Io volevo uno scheitbòrd, lo volevo proprio, negli anni ottanta. Un mio compagno di scuola, che ci aveva lo zio americano, gli ha portato dall’America un bello scheitbòrd, di quelli americani, di quelli belli. Che se ci hai lo zio americano le cose neanche le devi volere più di tanto, manco le devi desiderare, quelle arrivano da sole, dall’America. E’ il sogno americano, dicono. Il mio compagno di scuola voleva la bicicletta bmx, che negli anni ottanta, la bmx, era come lo scheitbòrd, un sogno, un sogno americano, più grande dello scheitbòrd però, molto più grande. Io, al contrario del mio amico, volevo lo scheitbòrd. Io, al contrario del mio amico, non ci avevo uno zio americano, ma neanche un prozio, un bisnonno, un lontano parente americano. Allora sognavo in piccolo, io. Lo scheitbòrd era il mio piccolo sogno americano. Continua →

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Come Napoli

27 dicembre, 2009

napoli

Conosco una smilza, stasera. Ballerina classica e studente di filosofia. Non ha tette, è piatta come una tavola per stendere la pasta, quasi buona per farci le orecchiette sopra. Ha degli occhi grandi, la smilza, marroni, profondi come il cuba libre che bevo e uno sguardo che ti punta come a dire – “ebbè, non ho le tette, e allora? Tu il cazzo ce l’hai?”. Io a questa domanda, a quel suo sguardo,  mi ritraggo. “Ok, facciamo che tu non hai le tette ed io non ho il cazzo. A me va bene così.” – mi dico. Ha uno sguardo intelligente, la smilza, troppo intelligente per i suoi venti anni. Vent’anni? E che cristo! Ha il naso piccolo e adunco, ma bello,  la smilza, uno di quei nasi antichi. Ha un colore pallido, il suo viso, di quel pallido da foto sbiadita dal tempo. Ha una pelle che tu non sai, non sai proprio se sia mai stata carezzata da mano d’uomo, tanto sembra nuova. Ha i capelli corti, la smilza, arruffati, che gettano le sue ossa leggere tra il popolino affamato di una Parigi rivoluzionaria. A me, questo casino delle sue membra e del suo viso, piace. Piace un bel po’. Mi dà un senso di pace il suo corpo, il suo viso che è un po’ un casino. A me il casino dà un senso di pace, di una cosa che non puoi rovinare con il tuo comportamento stupido e le tue parole sbagliate. “La tua faccia, il tuo corpo, è come Napoli, un po’” – le dico. Ad una giovane donna, così fragile, puoi dirle e farle quello che vuoi, penso, lei sarà sempre un passo davanti a te, sbagliata e sorridente e tu non puoi farle del male. Lei può farne a te, di male, un casino. Come Napoli.

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Vitina la puttana va coi giostrai

24 dicembre, 2009

giostre

Abitava vicino casa mia, Vitina. Vitina la puttana la chiamavano. Vitina veniva da Milano e la chiamavano la puttana, la puttana di Milano. Tutte quelle che venivano da Milano, o giù di lì, le chiamavano puttane. Ma Vitina era puttana davvero. Vitina era una bella brunetta. Capelli corti, grandi occhi verdi, e la chiamavano puttana, perché veniva da Milano. Vitina era bella. Non era altissima, ma aveva un fisico da paura, capelli corti aveva, e occhi belli aveva, grandi e verdi erano gli occhi di Vitina la puttana. Vitina era la più bella delle puttane che fino ad allora avessi visto. Io ero piccolo, e di puttane, di puttane che venivano da Milano, ne avevo viste poche. Nessuna erano belle come Vitina. Vitina era conosciuta in paese. Vitina era conosciuta anche fuori paese. Dai paesi intorno venivano per vedere Vitina, per stare con Vitina. Venivano i giostrai, alle feste del paese, e venivano per Vitina. E Vitina andava matta per i giostrai e i giostrai andavano matti per Vitina. Vitina dai giostrai non prendeva soldi, prendeva biglietti per il Tagadà e per La Filibusta, la nave dei pirati. E i giostrai andavano in visibilio per Vitina. Vitina andava coi giostrai per andare sulle giostre e noi andavamo alle giostre per vedere Vitina. Anche le giostre giravano solo per Vitina. E la musica, e le luminarie per strada, e la gente vestita a festa, e il santo patrono con la Congrega di San Giuseppe al seguito e i fuochi pirotecnici che fiorivano nella notte erano tutti lì, per Vitina, la puttana di Milano. Poi un giorno Vitina andò via dal paese. Era incinta si diceva. La puttana di Milano era incinta ed è tornata a Milano, si diceva.
Da quel giorno, al paese, niente più festa, niente più giostre e giostrai, niente più santo e fuochi e botti e niente più Vitina. Da quel giorno, quel paese, è morto. Lo ha ucciso Vitina, quel paese, Vitina la puttana.

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Vedi tu (Come quando fuori nevica)

20 dicembre, 2009

gesti

Senti tu! Mi sembra di potertelo dire ormai. Io passerei le ore, le notti e i giorni e i pomeriggi a parlare con te. Parlerei con te per sempre, finché avrai qualcosa da raccontarmi ed io qualcosa da farmi raccontare. Ti ascolterei mentre mi sveglio, anche prima del caffè ti ascolterei, che non lo faccio mai. Proprio mai lo faccio, prima del caffè. Mentre mi faccio la barba ti ascolterei, anche durante il primo tempo del posticipo di campionato ti ascolterei, ti parlerei addirittura, qualche volta. Sono rapito dall’odore delle tue parole. Cioè, è vero, io sento un profumo quando parli, come di rose, quando parli, come quei santi che non sono ancora santi e che sentono un profumo, il profumo di dio, ma loro non lo sanno, che sono santi. Io pendo dalle tue labbra, dalle tua lingua pendo, dai tuoi denti pendo, dalle tue mani che si muovono, mentre parli, dallo smalto rovinato che hai sulle dita, mentre parli. Mentre parli io pendo. Sotto la doccia ti ascolterei, durante le trenta vasche rana ti ascolterei, e poi ti parlerei, qualche volta, mentre cambio la ruota bucata in autostrada. Ti ascolterei come quella volta che fuori nevicava, quella volta che erano le tre del mattino, e fuori nevicava, ed eravamo stanchi. Ti ascolterei all’infinito, per sempre, ti ascolterei come quando fuori c’è la neve e tu mi dici: “la prossima volta ti racconto una barzelletta però”.
E io muoio dal ridere.

(foto di tr3regine)

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